
Scuola della Parola - 8 febbraio 2018
Beati gli afflitti
La vita, la morte, l’amicizia, il dolore, l’amore, la famiglia, la solitudine….
i grandi fenomeni sociali, tutta la vita umana
ci viene consegnata dalla Parola di Dio in una luce nuova e vera.
E noi mentre incontriamo questa Parola,
incontriamo noi stessi,
il nostro passato, il nostro futuro, i nostri fratelli.( C. M. Martini)
Introduzione
Le Beatitudini, nel racconto evangelico di Matteo, si riferiscono, per lo più, ad atteggiamenti che l’uomo cerca di esprimere: la povertà di spirito, la mitezza, la misericordia, la pace, la purezza di cuore, la fame e sete di giustizia. Tuttavia vene sono alcune che evocano situazioni non direttamente dipendenti dall’uomo. L’uomo le accetta, le subisce, le patisce; così è per la beatitudine dell’afflizione.
Essere afflitti non è ordinariamente un atteggiamento che noi scegliamo: lo siamo nostro malgrado, a motivo di realtà, di fatti, di condizioni non causati da noi.
D’altra parte, sono tantissimi gli uomini e le donne che nel mondo soffrono.
Per questo ci domandiamo: come mai qualcosa che ci capita addosso e che ci fa male, che ci affligge, può essere fonte di beatitudine, di felicità, di gioia?
È un grande interrogativo che ne suppone un altro: l’afflizione è davvero una situazione che dobbiamo accettare passivamente oppure possiamo viverla anche come una positività?
Per comprende meglio le parole di Gesù, partiamo dalla rilettura del versetto del Vangelo e ci chiediamo: che cosa intende Gesù quando dice “beati gli afflitti perché saranno consolati? e diamo anche uno sguardo veloce a qualche passo dell’Antico e del Nuovo Testamento.
Gli afflitti ( Mt. 5,4)
Uno sguardo alla diverse traduzioni della Bibbia.
La traduzione della CEI dice “beati gli afflitti perché saranno consolati”
La Bibbia interconfessionale invece dice: “beati coloro che sono nella tristezza, perché Dio li consolerà”
La versione latina parla di coloro che sono in pianto-
Il senso del vocabolo si allarga ovviamente a tutte le realtà che procurano dolore, sofferenza, amarezza, pena.
Una pagina dell’Antico Testamento
Una pagina del profeta Isaia presenta gli “afflitti” in un contesto più ampio permettendoci di cogliere alcuni sinonimi.
Lo spirito del Signore è su di me, mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, … per consolare tutti gli afflitti, per allietare gli afflitti di Sion. (Isaia 61,1-3)
Gli afflitti sono paragonati a persone in lutto, a gente dal cuore mesto.
La ragione del pianto è la sorte do Gerusalemme, la città di Dio devastata e in rovina.
Gli afflitti sono coloro che subiscono una disgrazia, che vivono un dolore personale, ma anche sociale, nazionale, politico, religioso.
Qualche accenno del Nuovo Testamento
Nel Nuovo Testamento ci sono alcuni brani che ci aiutano a chiarire ulteriormente il significato della vocabolo “afflitti”.
Nel Vangelo di Luca (19,41) Gesù piange su Gerusalemme perché non ha compreso la via della pace. .
Gesù scoppia in pianto presso la tomba dell’amico Lazzaro ( Gv. 11,35)
Il ministero di Paolo è accompagnato da momenti di grande sofferenza: ho servito il Signore in tutta umiltà, tra le lacrime e le prove che mi hanno procurato gli avversari ….e ancora, per tre anni, di notte e di giorno, non ho cessato di esortare tra le lacrime ciascuno di voi ( Atti 20,19.31)
Pietro, dopo aver rinnegato il suo Maestro, pianse amaramente (Lc. 22,62)
Beati gli afflitti saranno consolati
Le cause dell’afflizione sono diverse, proviamo a raccoglierle in tre gruppi.
1. Ci sono sofferenze personali e sociali
Ci sono sofferenze visibili, come la malattia o la perdita di una persona cara. Accanto a queste ci sono sofferenze morali interiori spesso più pungenti, più profonde, più schiaccianti.
Ci sono poi situazioni particolarmente penose che spesso vediamo attorno a noi. Quante lacrime nelle famiglie per momenti difficili riguardanti l’uno o l’altro membro, l’uno o l’altro rapporto deteriorato,
sbagliato,
Ci sono afflizioni per tanti fatti dolorosi della società, per la violenza dilagante, per gli insulti alla vita, per gli aborti, per la droga, per forme di razzismo, per le scorrettezze politiche, per il venir meno dei valori morali.
Spesso ci addoloriamo, e giustamente, per i mali della Chiesa che non sempre è come dovrebbe essere, che non sempre testimonia il Vangelo di Gesù, mostrando al suo interno meschinità, litigi, invidie, gelosie ….
Tutto questi provoca in noi sofferenza e lamentazione.
Nella Bibbia c’è un intero libro delle “Lamentazioni”, attribuito al profeta Geremia che dà voce alle sofferenze personali e sociali.
Nella Bibbia ci sono le preghiere di tanti Salmi che interpretano e fanno diventare preghiera le sofferenze dell’uomo e del popolo
La Bibbia ci insegna che lamentarsi davanti a Dio può essere non solo lecito, ma salutare e purificante.
Forse non abbiamo ancora scoperto il valore di conforto che ha l’umile preghiera di lamentazione davanti a Dio.
2. Ci sono sofferenze per la sorte del Regno di Dio
La beatitudine di Matteo si applica là dove c’è afflizione, ma gli “afflitti” sono soprattutto coloro che piangono per la sorte del Regno di Dio.
Sono coloro che si affliggono perché le cose sono storte.
Gesù dichiara beati coloro che sono tristi perché il Regno di Dio nel mondo non è come dovrebbe essere.
È una tristezza missionaria ed ecumenica.
Da questo tristezza non si può separare un’altra tristezza: il dolore per i propri peccati ( Cfr, il pianto di Pietro).
Il peccato impedisce la venuta del Regno dentro di noi.
Il Regno di Dio dentro di noi non è come dovrebbe essere.
Lo chiediamo tutte le volte che preghiamo il “Padre nostro”: liberaci dal male.
Non dobbiamo trascurare anche le altre ragioni di sofferenza: morte, disgrazie, ingiustizie. Questo dolore, però deve divenire caritativo, religioso, per essere conforme alla beatitudini. Bisogna soffrire per le sofferenze degli altri e non solo per le proprie. Bisogna vedere nella morte e nelle ingiustizie il segno della presenza del male, del peccato nel mondo.
La consolazione promessa e già anticipata è la presenza di Cristo.
Non si tratta di una consolazione sentimentale, ma di una forza.
Cristo non toglie gli ostacoli, ma li fa superare
Cristo è consolazione perché ha già vinto il male.
Cristo è consolazione perché è “perdono del peccato”, perdono gratuito
Cristo è consolazione perché in lui morte e sofferenza hanno cambiato significato.
3. C’è anche la sofferenza che proviene dal rifiuto, dalla persecuzione.
S. Matteo ne parla diverse volte.
Matteo è convinto che la persecuzione accompagni la missione, cioè la vita del discepolo come fatto normale
Il motivo e il significato della persecuzione sono indicati con molta chiarezza in Mt. 10,24-25: Il discepolo non è più grande del maestro e nessun servo è più grande del suo padrone.
Il discepolo si accontenta di essere come il maestro e il servo di essere come il suo padrone: se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi.
Dunque il discepolo che ha deciso di seguire il maestro non può aspettarsi un destino diverso, anzi sa che questo è il suo destino.
E se per Gesù la via della Croce non solo fu prevista, ma voluta, accettata, così deve essere per il discepolo: la persecuzione fa parte della missione e quindi della vita del discepolo; ed è segno della sua verità.
Il disprezzo del mondo (sarete odiati da tutti a causa del mio nome), accompagnato dal rifiuto e dalla persecuzione, suscita interrogativi e può immergere il discepolo nel dubbio: perché la Parola della verità è continuamente rifiutata? Perché il Cristo risorto non vince le forze ostili del male?
Il discepolo è invitato a ricordare la via del maestro e a leggere in quella luce la propria storia non come fallimento, ma come condizione di verità, non come assenza del Regno, ma presenza.
Il mondo ha odiato Gesù e continua a odiarlo anche nei suoi discepoli.
Le ragioni dell’odio sono sempre le stesse.
Sono ragioni che il mondo tenta di nascondere dietro falsi pretesti, ma la vera ragione è sempre una “a causa del mio nome”
L’annuncio del discepolo è un giudizio che inquieta il mondo.
Il Cristo è venuto senza tanti riguardi, a fare irruzione nella tranquillità del mondo. Il mondo ama solo ciò che è suo, ciò che non turba la sua pace e non smaschera le sue pretese.
Il mondo oggi odia i discepoli ( quelli veri) perché con la loro esistenza lo pongono in questione la sua logica, le sue scelte, i suoi obiettivi.
Si comprende come, intesa così, la persecuzione non sia più un motivo di scandalo e turbamento, ma un segno di verità
È una beatitudine.
Che cosa fare?
Ecco due indicazioni sulle quali riflettere e pregare.
1) Sappiamo lamentarci con Dio prima che con gli altri?
Quando qualcosa ci disturba, ci affligge perché non contemplare in silenzio il Crocefisso e imparare a lamentarci prima con il Signore nella preghiera? Come facevano i profeti. Come ci insegnano i Salmi.
Se apriamo il libro dei Salmi non tarderemo a trovare un salmo che ci ponga in bocca le giuste parole del lamento della fede, parole che non soltanto non accrescono l’amarezza, bensì ci aiutano a entrare a poco a poco nella consolazione di Dio.
2) La beatitudine degli afflitti ci dice che non dobbiamo mai abituarci alle cose “storte”,
non dobbiamo rassegnarci mai a dire: le cose vanno così, non c’è niente da fare, accettiamole.”
Dobbiamo continuare a “rovinarci un po’ il fegato” di fronte alle cose “storte”.
Di fronte alla sofferenza ingiusta, a un “povero diavolo” messo in fondo alla fila, difendiamolo!
La consolazione è già anticipata per la presenza di Cristo
Concludiamo con un pensiero di Laura Boella docente di filosofia morale riportato da “Avvenire” qualche giorno fa.
L’altro che ci sfiora per strada è un uomo unico, che ha un infinito valore. …. I migranti che ci circondano vengono spesso visti come una massa anonima, non riconosciuta come pluralità di individui che hanno un nome, un volto, una storia….. Non dobbiamo mettere l’altro nel mucchio, non relegarlo al mondo delle non persone…...Questo processo di anonimizzazione dell’altro è un’ombra che si proietta sul nostro presente. Questo riconoscimento viene a mancare perché prevale la paura dell’altro. …….
Lo sguardo che posiamo sull’altro è fondamentale. E’ un’affermazione della nostra stessa dignità e del nostro senso di umanità saper guardare, sentire, leggere l’altro nello sguardo, nel volto.
Etty Hillesun, giovane donna ebrea morta ad Auschwitz diceva: “ogni grammo di odio introdotto nel mondo fa del male a tutti, mentre un solo grammo di bene si estende e si propaga.”