
Scuola della Parola - 14 dicembre 2017
Beati i poveri in spirito
Introduzione
Nella scuola della Parola di quest’anno vogliamo lasciarci guidare dalle Beatitudini del Vangelo di Matteo. C’è una sfida nelle Beatitudini.
È la nota della gioia: “beati!”. È la gioia della fiducia in Dio e, insieme, la gioia del servizio, non della conservazione di sé.
Al cuore della Beatitudini c’è la convinzione che l’uomo è fatto per donarsi.
Solo così le Beatitudini dicono la felicità, la bellezza della vita evangelica e la sua attualità per la nostra vita e per la vita di questo mondo.
Le beatitudini le troviamo nel Vangelo di Luca (6,20ss) e nel Vangelo di Matteo (5,1-12).
L’evangelista Matteo nella sua redazione ha creduto bene, nell’intento di aiutare la sua comunità e nell’intento di approfondire il messaggio di Gesù, di introdurre diverse precisazioni.
Innanzitutto fa del discorso della montagna, di cui le Beatitudini costituiscono l’introduzione, un vero e proprio discorso inaugurale, programmatico con lo scopo di evidenziare l’originalità dei discepoli di Gesù nel confronti della giustizia degli scribi e dei farisei ( Mt. 5,20).
Poi non si accontenta di dire “beati i poveri”, ma aggiunge “beati i poveri nello spirito”. E alla beatitudine degli affamati precisa “affamati di giustizia”. Poi, a differenza di Luca che riporta solo quattro beatitudini, Matteo ne elenca otto.
Sono pochi accenni che indicano come Matteo non intende beatificare le situazioni, ma gli atteggiamenti spirituali e morali.
Il suo problema non è lo scontro tra il mondo ricco e il mondo povero, fra oppressi e oppressori, e il suo scopo non è di giudicare il mondo che ci circonda. È piuttosto quello di invitare la comunità ad assumere atteggiamenti corretti. Non atteggiamenti individualistici e astratti.
La povertà di spirito, come la intende Matteo, non è riducibile a un astratto e generico distacco dai beni. Al contrario, è un atteggiamento concreto e pubblico, il cui contenuto è determinato dalle beatitudini successive: cioè la costruzione della pace, la fame della giustizia, la misericordia.
Tutti atteggiamenti concreti e attivi.
Lette correttamente, le beatitudini, pur mettendo in primo piano atteggiamenti interiori e spirituali, sono un concreto e coraggioso impegno per la giustizia e per la pace.
Beati i poveri di spirito,
perché di essi è il Regno dei cieli ( Mt. 5,3)
Questa prima beatitudine non solo dice come guardare se stessi e gli altri uomini, ma come Dio ci guarda.
È da qui che partiamo.
Come Dio guarda l’uomo?
Dice il profeta Sofonia: Farò restare in mezzo a te un popolo umile e povero, confiderà nel nome del Signore, non commetterà più l’iniquità e non diranno più menzogne ( 3,11-13)
Il povero del Signore è il povero che confida in Dio e verso il quale Dio volge lo sguardo per difenderlo: verso chi volgerò lo sguardo? Verso il povero che ha spirito contrito. ( Is. 66,2))
Anche se indicata dall’A.T., la figura del povero si precisa nel N. T. assumendo il volto di Gesù.
Nell’esistenza di Gesù, sicuramente la povertà dei beni materiali è un terreno favorevole per riconoscere che solo Dio può costituire le nostra sicurezza, tuttavia la povertà dei beni non è un valore a sé stante, il centro non è il distacco dai beni, ma la dipendenza e la fiducia in Dio.
“Poveri” nel Vangelo di Matteo indica coloro che non contano sulla proprie forze perché hanno ben poco di cui gloriarsi o a cui appoggiarsi, ma sono certi del Signore, della sua bontà, della sua potenza, della sua misericordia.
Indica coloro che hanno messo in Dio ogni speranza
Cerchiamo di precisare meglio
Che cosa è la povertà?
La povertà è il contrario dell’orgoglio che fa perdere il senso di Dio e degli altri; è un atteggiamento fatto insieme di umiltà e di fiducia.
L’umile non è colui che si tira indietro, tanto meno lo sfiduciato, ma colui che conserva , qualsiasi posizione occupi, il senso della misura, sa di avere doveri da compiere prima che diritti da vantare.
Povero è colui che si sottomette interamente a Dio, nell’atteggiamento di chi chiede, non di chi pretende.
La parola povertà non dice tanto indigenza, privazione, ma ha un significato più vasto, interiore, spirituale: indica il rapporto che deve intercorrere tra l’uomo e Dio e tra uomo e uomo.
Non si deve, però, dimenticare che non c’è povertà spirituale che non sia accompagnata da spirito di sobrietà, da distacco, da attenta vigilanza nei confronti del possesso della ricchezza.
La ricchezza facilita l’orgoglio, la dimenticanza di Dio e l’ingiustizia.
La ricerca di Dio è sempre accompagnata dalla ricerca della giustizia e dell’umiltà: Cercate il Signore … cercate la giustizia, cercate l’umiltà ( Sof. 2,3)
La vita di Gesù è stata povera e itinerante, ma nella sua scelta non c’è traccia di una esaltazione della povertà in se stessa. Le ragioni che hanno guidato la vita di Gesù sono da cercare nella sua fiducia incondizionata nel Padre che veste i gigli del campo e nutre gli uccelli del cielo come dirà Lui stesso quasi commentando le beatitudine dei poveri di spirito ( Mt. 6,25-34) e nella volontà di possedere maggior libertà possibile per dedicarsi all’annuncio del Regno.
Non procuratevi monete d’oro o d’argento o di rame da portare con voi.
Non prendete borse per il viaggio, né abiti di ricambio, né sandali, né bastone .( Mt. 10,9-10)
Chi è il povero di spirito?
Il povero di spirito è colui che si fida di Dio, attende da Dio, ripone la sua fiducia unicamente in Dio.
La povertà di spirito non è semplicemente riducibile a un astratto e generico distacco dai beni, ma al contrario è un atteggiamento concreto e pubblico, il cui contenuto è determinato dalle beatitudini successive: la costruzione della pace, la fame di giustizia, la misericordia, la limpidezza interiore.
Il povero di spirito è anche essenzialmente aperto agli altri. Il povero non commette ingiustizia e non dice menzogne ( Sof, 3,13); è umile a differenza del ricco, spesso prevaricatore e violento.
Il povero ha un profondo e alto senso della giustizia e rifiuta ogni violenza.
Soprattutto il povero di spirito è colui che concepisce se stesso in termini di gratuità e non di possesso.
Il povero di spirito è colui che ha capito che deve tutto a Dio: non si atteggia a padrone del mondo o degli altri, ma sa di dipendere da Dio ed è contento di questo.
Il povero di spirito ha bisogno dei altri, ma ha una sicurezza: Dio lo ama e ha stima di lui.
Il povero di spirito, allora, chiede, domanda, ringrazia nella consapevolezza che ciò che incontra è dono.
Anche se è messo da parte, sa che Dio non lo mette mai da parte.
È consapevole di avere una dignità che nessuno gli può togliere.
È il dono gratuito che dà gioia.
Questo vale anche di fronte a Dio.
Noi, di fronte a Dio, siamo quasi sempre lì a chiederci se siamo degni di Lui, ma Dio ci vuole bene lo stesso.
Il povero di spirito non è un violento. I violenti sono coloro che vogliono emergere.
Il povero di spirito, proprio perché si fida di Dio, può permettersi di vivere serenamente l’oggi e cerca di liberarsi dall’ansia del futuro. La gioia è anche libertà dall’affanno.
Infine il povero di spirito capisce, ed è un’altra componente essenziale, che l’unico atteggiamento religioso valido è il silenzio, cioè riconosce e accetta il mistero, si rimette totalmente a Dio in una fiducia senza limiti.
Questo richiamo non è una condanna al desiderio di sapere, nè rinuncia all’impegno e allo sforzo di conoscere, di ricercare, ma vuole ricordarci che è importante lasciare spazi di tempo e di libertà interiore per Dio.
Gesù dice di dare il superfluo ai poveri ( Lc. 11,41).
Il superfluo è tutto ciò ( ricchezza, cose, preoccupazioni , desideri , divertimento…) che non ci lascia più tempo per Dio, che non ci lascia più il gusto per le cose di Dio.
La parola di Gesù può sembrare difficile ed è vero. Può sembrare astratta, fuori tempo, dannosa, ma questo non è assolutamente vero.
Infatti ci ordina una povertà che in realtà è ricchezza, ci invita a una misura che non è limite o ostacolo al cammino della storia, ma condizione perché il progresso della storia sia vero.
Quale è il messaggio della prima beatitudine?
Possiamo cogliere il messaggio per noi.
Quali atteggiamenti il Signore ci chiede di coltivare?
Innanzitutto l’atteggiamento che spalanca il nostro cuore al mistero di Dio.
È l’atteggiamento che ci rende semplici, non tronfi di quanto possediamo, che ci fa capaci di affidamento, di abbandono, di attesa di Dio.
Un esempio lo troviamo in Maria nel momento dell’Annunciazione, quando dice: “Eccomi, sono la serva del Signore” ( Lc. 1,38).
Possiamo pensare a Gesù mite e umile di cuore nei diversi episodi della sua vita. Impareremo, allora, l’importanza di opporsi alla pretesa di sapere già tutto, di Dio, di sé, degli altri.
Soltanto quando il cuore è umile, quando il cuore è consapevole di dover aspettare tutto da Dio, Dio viene incontro all’uomo.
L’atteggiamento che viene rimproverato dalle Beatitudini e da tutto il Vangelo è l’atteggiamento di chi è sazio, appagato, contento solo di avere sempre più denaro, più potere, più divertimenti, più comodità … senza accorgersi di essere interiormente arido, nudo, privo di sentimenti profondi, privo di umanità, di fede, di speranza.
In questo periodo possiamo contemplare Gesù che, nel presepio, nasce povero per noi, e si consegna a noi.
Possiamo farci anche qualche domanda:
Cerca il Signore in un presepio,
cercalo dove nessuno lo cerca,
nel povero, nel semplice, nel piccolo
non cercarlo tra le luci delle grandi città,
non cercarlo nell'apparenza.
Non cercarlo in tutto questo apparato pagano
che ci si offre ogni momento.
Cercalo nelle cose insolite
e che ti sorprendono.
( Papa Francesco)