Le Beatitudini - SdP 9 novembre 2017

Catechesi adulti

Scuola della Parola - 9 novembre 2017
Le Beatitudini

 

Introduzione
            Il percorso di quest’anno ho pensato di farlo percorrendo alcuni brani  del Vangelo di Matteo, è il Vangelo della comunità dei discepoli.
L’evangelista Matteo si caratterizza per i suoi cinque discorsi che lo contraddistinguono notevolmente rispetto ai Vangeli Sinottici e, soprattutto, rispetto a Marco che possiede invece un taglio più narrativo.
Il primo discorso è il cosi detto discorso della montagna ( Mt.5-7).
Si tratta di un discorso dal valore programmatico sia per la sua collocazione all’inizio della predicazione di Gesù, sia per il suo ricco contenuto.
Noi incominceremo a riflettere, in particolare sul brano della beatitudini,
Le Beatitudini sono dette ai discepoli, a noi. In realtà si tratta di un discorso detto ai discepoli per insegnare come guardare la folla e di quale folla gioire.
            Le Beatitudini di Matteo sono 8, ma descrivono un’unica personalità, quella di Gesù che non ha soltanto pronunciato le Beatitudini, ma le ha vissute. Prima di descrivere l’ideale cristiano, esse descrivono la figura di Gesù. C’è una strettissima relazione tra le Beatitudini e Gesù. Lo descrivono nei suoi comportamenti e nelle sue scelte. Perciò, se vogliamo intendere nel modo giusto le Beatitudini, le dobbiamo leggere alla luce della vita di Gesù.
            C’è una sfida nelle Beatitudini: è la nota della gioia, “beati”.  È una gioia non fondata sul possesso dei beni, o sul successo, o su altre cose simili.
Le Beatitudini proclamano la gioia della fiducia in Dio e, insieme, la gioia del servizio, del dono di sé, non della conservazione di sé. Al cuore delle Beatitudini c’è la convinzione che l’uomo è fatto per donarsi.
Non bisogna leggere le Beatitudini in una prospettiva sbagliata o riduttiva.
Alcuni pensano che le Beatitudini abbiano un valore concreto non per la massa dei cristiani ( costretti a vivere nel mondo in situazioni che le rendono impraticabili), ma per vocazioni speciali.
Certo le Beatitudini sono un ideale altissimo, confrontandoci con essere ci rendiamo conto che siamo peccatori. Ma non sono soltanto questo.
Quando il Vangelo tratteggia un ideale è sempre per spingerci a realizzarlo.
Le Beatitudini suggeriscono un cambiamento di mentalità.
Tutto il Vangelo insiste sul fatto, però, che al cambiamento di mentalità deve seguire, con coerenza e costanza, una prassi corrispondente.
Altrimenti è illusione, o ipocrisia.
Le Beatitudini tratteggiano l’ideale di ogni discepolo.
Una corretta interpretazione delle Beatitudini domanda di sottolineare tre cose: le Beatitudini sono un ideale per La Chiesa di sempre, anche di oggi; le Beatitudini sono un ideale per tutti i cristiani, non soltanto per vocazioni particolari; le Beatitudini sono indicative di un modo di vivere, di una prassi e non soltanto di un generico cambiamento di mentalità.

Le Beatitudini e Gesù
            Gesù non ha soltanto proclamato le Beatitudini, le ha vissute.
Sulle sue labbra le Beatitudini sono innanzitutto la proclamazione che il Regno di Dio è arrivato.
I Profeti hanno descritto  il tempo Messianico come il tempo dei poveri, degli affamati, dei perseguitati, degli inutili. ( Cfr. Is. 61.,1ss: Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione, mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore
Gesù proclama che questo tempo è arrivato.
Per i profeti le Beatitudini erano al futuro: una speranza.
Per Gesù sono al presente: oggi i poveri sono beati.
            Gesù dice ancora che con le Beatitudini il Regno di Dio  è arrivato per tutti e che di fronte all’amore di Dio non ci sono emarginati: anzi, coloro  che sono emarginati sono i primi.
Le Beatitudini sono il programma della vita che Gesù ha vissuto.
Gesù ha accolto i poveri e gli emarginati di ogni genere: gente del popolo, contadini, ammalati, stranieri e peccatori.
Gesù sa che Dio è dalla parte del povero e dell’escluso, per difenderli.
Gesù privilegia costoro per rivelare il vero volto di Dio e del suo amore.
È come se Gesù dicesse: “Beati voi, poveri, ammalati, perseguitati …  perché Dio è stanco di vedervi soffrire, e ha deciso di mostrarvi che vi ama.” 
Le Beatitudini sono la manifestazione della regalità di Dio che non intende dominare, ma salvare, accogliere, perdonare.
Gesù non soltanto accolse i poveri, ma è stato  povero.
Le Beatitudini non esprimono soltanto il modo di predicare di Gesù, ma il modo di pensare e di vivere la sua vita e al fondo la concezione dell’esistenza dei suoi discepoli come dono e servizio.

Il linguaggio delle  Beatitudini:  è un linguaggio paradossale.
            Paradosso è l’espressione di una opinione che è al di fuori o contro il modo comune di pensare.  Il paradosso ha lo scopo di sorprendere per poi scuotere e risvegliare le coscienze
Ma dietro l’espressione paradossale c’è sempre la persuasione che la verità è spesso oltre le apparenze, al di là di ciò che è ritenuto ovvio scontato.
Il paradosso evangelico non è soltanto un parlare che sorprende, ma è una rottura nei confronti degli schemi del comune ragionamento.
Questa è l’anima delle Beatitudini: una rottura sia nei confronti del ragionamento mondano, sia nei confronti di una religiosità caduta negli schemi del senso comune, prigioniera degli stereotipi teologici, liturgici, morali e pastorali.
Le Beatitudini invitano il discepolo a vivere paradossalmente, a vivere cioè secondo criteri che sono in netta antitesi con il senso comune.
Non richiedono soltanto coraggio e decisione, ma richiedono un capovolgimento di valutazioni; soprattutto invitano il discepolo a vivere un’esistenza sospesa a Dio, calcolata sulle possibilità di Dio e non sulle proprie.
La radice della paradossalità delle Beatitudini è il Regno di Dio.
Il Regno è una forza capace di far vivere in modo nuovo.
Le Beatitudini sono un modo di vivere non di chi attende il Regno, ma di chi è già nel Regno. Per questo le Beatitudini non sono una legge, ma Vangelo; non prezzo da pagare per avere il dono di Dio, ma risposta di gratitudine a un dono ricevuto.

Leggiamo il testo di Matteo 4,23-25.5,1-12.

Le Beatitudini di Matteo sono introdotte dai vv, 23-25 del cap. 4.
Dopo la chiamata dei primi discepoli, Gesù insegna e opera guarigioni.
Una grande folla incominciò a seguirlo. Gesù sale sul monte e proclama il discorso della montagna che inizia con le Beatitudini.
Matteo fa del discorso della montagna, di cui le Beatitudini rappresentano non soltanto l’introduzione, ma il fondamento, un vero e proprio discorso programmatico con lo scopo dichiarato di evidenziare l’originalità dei discepoli di Gesù nei confronti della giustizia degli scribi e dei farisei: “io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel Regno dei cieli” ( 5,20)
Le Beatitudini nel Vangelo mdi Matteo sono il punto più trasparente dell’originalità del Regno che Gesù aveva incominciato ad annunciare: Convertitevi perché il Regno dei cieli è vicino. (4,17).
Vanno perciò lette nell’ottica della superiore giustizia del discepolo che, poi, equivale alle molte forme in cui il discepolo è chiamato a vivere il primato di Dio, ma ancor più equivale alla ricerca della volontà di Dio, cioè tendere a una perfezione che trova la sua misura e la sua giustificazione in quella di Dio: “siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (5,48)
Con l’aggettivo “perfetto” S. Matteo certamente non intende alludere a quella figura di uomo “autosufficiente”, arrivato che pensa di non avere bisogno di fare ulteriori passi in avanti. Matteo pensa a una perfezione diversa che consiste nel protendersi verso Dio.
Per Matteo la perfezione sta, ad esempio, nell’amore senza condizioni, come quello del Padre “che  fa sorgere il sole  sui buoni e sui cattivi e fa piovere sopra giusti e sugli ingiusti (5,45).
In senso evangelico la perfezione è la totalità della dedizione a Dio e agli uomini, una dedizione di cui le Beatitudini sono lo specchio.
Il termine di confronto che determina la perfezione è il comportamento di Dio, non un’idea di uomo.
La paradossalità delle Beatitudini resta del tutto incomprensibile se si parte dall’uomo e non si parte dall’agire di Dio.
Questo è il capovolgimento più radicale, la forma più alta del riconoscimento del primato di Dio.
Non più guardare se stessi per stabilire la direzione e la misura del proprio vivere, ma guardare a come Dio guarda l’uomo; non più guardare se stessi per comprendere l’uomo e la sua vocazione, ma guardare a come Dio si rapporta agli uomini.
In concreto tutto questo significa guardare Gesù Cristo per osservare poi, ma solo poi, se stessi, gli altri e il mondo.
Secondo le Beatitudini e, quindi secondo l’intero Vangelo, l’uomo non è fatto per possedersi e conservarsi, ma per consegnarsi e donarsi.
Solo così le Beatitudini dicono la felicità, la bellezza della vita evangelica e la sua attualità per il mondo, per questo mondo.
La Parola del Vangelo è una Parola nuova, diversa, autorevole.
Gesù propone un insegnamento nuovo, diverso dai predicatori comuni.
Le Beatitudini sono la proclamazione del modo di essere uomini evangelici, discepoli autentici di Gesù, uomini e donne fortunate felici.
La parola “beati” sarebbe meglio tradurla “felici” per comprendere meglio il pensiero di Gesù
La prima Beatitudine “povertà di spirito” e l’ultima, l’ottava, terminano con la menzione del regno dei cieli. Quasi a dire che il Regno dei cieli fa da cornice alle otto Beatitudini
            Regno dei cieli equivale a Regno di Dio.
La Parola “Regno” non indica un luogo, un territorio, ma l’azione del regnare di Dio. Regno indica intervento potente di Dio che viene incontro all’uomo, incontro ai problemi, alle sofferenze, alla povertà dell’uomo.
Dio viene incontro a noi in maniera sovrabbondante, superando tutte le nostre speranze e le nostre attese. Il Regno è la paternità di Dio che entra in azione. Il Regno è Dio che ci ama, ci perdona.
Il Regno è vasto come è vasta l’azione di Dio su di noi.
Quando noi nella preghiera del Padre nostro chiediamo “venga il tuo Regno” chiediamo tutto questo, cioè qualcosa che è al di là di ciò che possiamo immaginare.
Noi non riusciamo a immaginare la grandezza, la bellezza, la profondità dell’amore di Dio. Nessuna forza o attesa umana può delimitare, restringere, circoscrivere l’azione salvatrice di Dio.
Allora il nostro cuore è oramai pieno del desiderio di comprendere meglio le Beatitudini.  È quello che faremo la prossima volta.

Possiamo pregare insieme:
Tu Gesù ci hai portato il Regno di Dio
            e noi ti  ringraziamo perché regni su di noi.
Noi vogliamo che il tuo Regno venga.
Tu Gesù, sei la nostra giustizia,
            metti a posto la realtà della nostra vita:
            metti a posto le nostre relazioni, i nostri impegni, le nostre scelte.
Tu Gesù sei la nostra beatitudine, la nostra somma felicità,
            la felicità della mia vita e del mio cuore

Davanti al Signore, nel silenzio possiamo confrontarci.
Possiamo rileggere il testo di Matteo, poi domandarci:
Signore, regni davvero su di me?
È giusto il mio modo di pensare, di scegliere, di vivere?
Sono felice?   
Sono contento davanti al Signore della mia vita?
Perché sono felice, o perché non sono felice?