
Incontri sull'educare - 2ª serata:
QUALI RELAZIONI COLTIVARE
IN FAMIGLIA
Questa sera ci domandiamo quali relazioni coltivare in famiglia?
e come fare per coltivare relazioni vere, belle?
Se si coltivano relazioni positive la famiglia cresce, se, invece si vivono relazioni negative, ingannevoli, la famiglia deperisce.
1. La famiglia è una comunità di persone
S. Paolo, scrivendo ai cristiani di Colossi (3,14-15), dice:
Al di sopra di tutto vi sia sempre l’amore,
perché è soltanto l’amore che tiene perfettamente uniti.
E la pace che è dono di Cristo sia sempre nel vostro cuore.
Dobbiamo fare della famiglia un’autentica comunità di persone la cui legge è l’amore. Il Cardinal Martini, parlando alle famiglie, commentando le parole di S. Paolo ai Colossesi, descrive così l’amore:
Amore dice buon accordo, buona intesa, serenità reciproca, capacità di sorridere, di comprendere, di dare corda al discorso altrui; assenza di pregiudizi reciproci, superamento delle distanze, delle reticenze, delle diffidenze, dei momenti lunatici che sovente vengono a turbare i rapporti famigliari; capacità di realizzare tra le diverse generazioni scambi, condivisioni, arricchimento reciproci.
Tutto questo va coltivato, va alimentato. Occorre, pur nei ritmi logoranti della giornata e pur tra tutte le difficoltà pratiche che possono sorgere, trovare qualche spazio immune da ogni frastuono alienante per assicurare al cielo della propria vita e della propria famiglia, momenti preziosi, insostituibili, per parlare al cuore.
Io l’attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. ( Osea 2,14)
2. Il mistero della Trinita’ fonte e modello dell’amore
Quando ami non dire “ho Dio nel cuore”; dì piuttosto: ”sono nel cuore di Dio”
(Kahlil Gibram)
Se vogliamo sapere che cos’è l’amore e vogliamo imparare ad amare, dobbiamo entrare nel cuore di Dio, guardare al mistero di Dio che è amore.
1) Il Padre: la gratuità
Dio, il Padre, è amore, è l’eterno amante, l’eterna sorgente dell’amore, colui che da sempre ha iniziato ad amare e che mai si pentirà di amare.
Il Padre è la pura gratuità dell’amore.
La prima grande dimensione dell’amore è la gratuità.
La gratuità di Dio Padre fonda ogni gratuità nell’amore; è sorgente e modello di ogni gratuità nell’amore.
A nulla serve un vincolo di amore se non è costruito sulla gratuità.
Il Padre è colui che ci dice che amare significa dare gratuitamente, prendere l’iniziativa dell’amore, senza aspettare che l’altro ami.
L’amore è vero se sa inventare l’amore, se sa lanciare ponti d’amore.
L’amico, cioè colui che ama, non è colui che aspetta, ma colui che inizia.
La gratuità è il primo segno dell’amore perché è l’amore che schiude alla vita.
Quando ci si vuol bene gratis ci si vuole bene sempre.
Quando ci si vuol bene gratis l’amore non finisce mai.
L’amore non è vero se non supera la prova della fedeltà ( Kierkegaard)
Il fiore del primo amore appassisce se non supera la prova della fedeltà.
La fedeltà ha le sue radici nella gratuità.
2) Il Figlio: la gratitudine.
Se il Padre è l’eterno amante, la pura gratuità dell’amore, il Figlio è l’eterno amato, colui che si è lasciato amare
Il Figlio ci fa comprendere che non è divino soltanto il dare, ma anche il ricevere. Il Figlio ci fa comprendere che non è divina soltanto la gratuità, ma è divina anche la gratitudine.
Lasciarsi amare non è meno difficile che amare.
L’amore non è soltanto l’iniziativa del dono, ma si ama anche quando si sa ricevere l’amore, anche quando si sa dire grazie.
Dove non c’è gratitudine il dono è perduto.
L’amore non è solo ciò che tu puoi dare all’altro, è anche la capacità di ricevere l’altro, di dirgli grazie, di dirgli la gioia di esistere perché ti ama, di dirgli grazie perché lui esiste.
La parola più bella che in un rapporto di amore ci si può dire è: “grazie di esserci, di esistere, la tua vita è importante per me, io esisto perché tu esisti”.
Ecco la seconda dimensione dell’amore: la gratitudine, l’accoglienza, il lasciarsi amare.
L’amore vero esige reciprocità: mentre si ama occorre aprire il cuore a ricevere l’amore, solo così ci si libera da quell’amore astratto di cui parlavano i ragazzi di Barbiana di don Milani che dicevano: La professoresse sono come i preti e le prostitute: amano tutti, ma non amano nessuno”
L’amore che ci viene richiesto è l’amore che sa ricevere, che sa accogliere l’altro, l’amore dell’altro come qualcuno e qualcosa di importante di cui si ha bisogno per vivere.
3) La Spirito Santo: l’unità e l’apertura
Nella vita di Dio lo Spirito Santo è il vincolo dell’amore tra l’amante e l’amato, tra il Padre e il Figlio; ma lo Spirito è anche l’estasi di Dio, (l’uscita di Dio) cioè colui in cui Dio esce da sé,, in cui Dio si apre.
Lo Spirito allora dice l’amore è vero non solo quando unifica, ma anche quando apre. Lo Spirito è colui che mentre ci dà la gioia della comunione, ci dà l’inquietudine di aprirci agli altri. Lo Spirito ci fa vivere la bellezza dello stare insieme, affinchè questa bellezza possa essere partecipata ad altri. Lo Spirito se da una parte ci rappacifica, dall’altra ci inquieta.
Amare non significa stare a guardarsi negli occhi, ma guardare insieme verso la stessa meta” ( Saint-Exupéry)
In Conclusione.
Possiamo dire che la figura della Trinità ci dice che amare in famiglia domanda di coltivare l’audacia e il coraggio della gratuità per vivere nella fedeltà; l’accoglienza e la gratitudine del lasciarsi amare perché l’altro esista pienamente; la gioia dello stare insieme per tenere aperte le porte della nostra casa e rendere partecipi altri del nostro amore.
Bisogna ricordarlo sempre che l’amore se non è l’impegno di ogni giorno è il rimpianto di tutta la vita. perché nell’amore non si vive di rendita, nell’amore bisogna saper ricominciare sempre senza stancarsi..
Occorre ricordare che amare è fare esperienza di Dio, è toccare con mano che Dio vive: nell’amore c’è un bagliore, un seme di eternità e di infinito.
Una battuta attribuita a Pascal è folgorante al riguardo:
"Se esiste l’amore, esiste Dio".
3. Come coltivare relazioni vere?
Le relazioni in famiglia non si improvvisano, vanno coltivate, se non si coltivano si deteriorano. Per coltivare relazioni vere occorre percorrere un cammino di cinque passi:
1) Il primo passo è la povertà del cuore.
Da poveri ci si deve incontrare in famiglia. La povertà del cuore è condizione indispensabile, privilegiata per coltivare relazioni vere perché ci rende capaci di condivisione vera, ci rende capaci di esporci, di aprirci all’altro, di metterci in gioco, di non difenderci dall’altro, di non pretendere.
È l’umiltà del viaggiatore che ci mette in condizione di incontrare l’altro, più che la forza del possidente che apre i suoi forzieri e concede le sue ricchezze.
2) Il secondo passo è la ricerca di un rapporto personale.
È necessaria l’offerta reciproca dei volti. Per coltivare relazioni vere è necessario abbattere le distanze, farci vicini gli uni gli altri, incontrarsi, fermarsi, guardarsi, parlarsi come ha fatto il samaritano che si è fermato.
3) il terzo passo è entrare nel profondo della vita.
Occorre partire sempre dai bisogni più elementari e concreti perché questi non sono estranei ai desideri più profondi. Dobbiamo ricordare, però, che non è possibile ascoltare la sete degli altri, se non a partire dalla propria sete, se non accettando la povertà che abita in noi, le nostre insoddisfazioni, le nostre ferite. . Una relazione vera è quella che diventa capace di fare i conti con le proprie povertà e i propri bisogni e trasformarli in luoghi di incontro
4) il quarto passo è scoprire il di più della vita.
Occorre avvertire che nei bisogni più elementari si nascondono bisogni più grandi. Gesù ha preso sempre sul serio i bisogni concreti delle persone: ha donato il pane, ha ridato forza ai malati, luce ai ciechi, acqua alla Samaritana …. ma non ha dimenticato che in questi bisogni c’era un’attesa più grande. Non bastano le cose per soddisfare il cuore. Una relazione è vera quando, a partire dai bisogni concreti e immediati, si cerca di scoprire il di più della vita; quando si porta alla luce il desiderio più profondo, quando si riaccende una speranza più grande.
5) il quinto passo è riaprire il cuore alla fiducia.
È necessario imparare a camminare a fianco delle persone.
Camminare nelle relazioni non chiede di esprimere giudizi, né di fare del moralismo, né avere la pretesa di aggiustare subito le cose che sembrano sbagliate. Chiede, invece, di dare molta fiducia perché ognuno possa riaprire il suo cuore, e imparare a ricominciare. Nelle relazioni, come nella vita, non si possono programmare i risultati, ma si può sempre camminare a fianco, insieme.
4. Il Settenario del comunicare
Sette piccole regole per imparare a comunicare in famiglia:
1. Una vera comunicazione nasce dal silenzio.
Per comunicare non occorre una moltitudine di parole; occorre amare il silenzio e far tacere le chiacchiere che nascondono un vuoto interiore.
2. Una vera comunicazione ha bisogno di tempo.
Per comunicare occorre trovare i momenti giusti, senza bruciare le tappe. Non si può comunicare tutto subito. Non bisogna avere fretta.
3. Una vera comunicazione è fatta di luci e di ombre.
Chi nel rapporto interpersonale vuole solo e sempre luce, chiarezza, certezza assoluta, dimostra di voler dominare piuttosto che comunicare, cade nella gelosia e si aliena l’altro.
4. Una vera comunicazione non può mai essere completamente trasparente.
E’ necessario custodire e difendere il segreto dell’altro, non forzare mai la soglia del segreto, per non cadere nella banalità.
5. Una vera comunicazione coinvolge la persona che comunica.
Chi comunica, dona sempre qualcosa di sé. Per comunicare è necessario non nascondersi, ma mettersi in gioco.
6. Una vera comunicazione domanda di ascoltare, prima di pensare di dire qualcosa.
Solo quando diamo ascolto all’altro con attenzione e non distratti, con pazienza e non di fretta, con meraviglia e non annoiati, acquistiamo il diritto e l’autorevolezza di parlargli al cuore.
7. Una vera comunicazione intende suscitare sempre una risposta.
Ogni comunicazione autentica fa nascere un dialogo.
L’amore deve ricominciare ogni giorno da capo. Non è l’opera del giorno festivo, ma della ferialità vissuta col cuore in festa.