
2° giorno, giovedì 12 ottobre
La chiamata: "Tu sei Simone, ti chiamerai Cefa"
Preghiamo con il salmo 15 di compieta
Proteggimi, o Dio: * in Te mi rifugio
Ho detto a Dio: "Sei tu il mio Signore, * senza di te non ho alcun bene".
Per i santi, che sono sulla terra, uomini nobili, *
è tutto il mio amore.
Si affrettino altri a costruire idoli: +
io non spanderò le loro libazioni di sangue, *
né pronunzierò con le mie labbra i loro nomi.Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: *
nelle tue mani è la mia vita.
Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, *
la mia eredità è magnifica.
Benedico il Signore che mi ha dato consiglio; *
anche di notte il mio cuore mi istruisce.
Io pongo sempre innanzi a me il Signore, *
sta alla mia destra, non posso vacillare.
Di questo gioisce il mio cuore, + esulta la mia anima; *
anche il mio corpo riposa al sicuro,
perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, *
né lascerai che il tuo santo veda la corruzione.
Mi indicherai il sentiero della vita, +
gioia piena nella tua presenza, *
dolcezza senza fine alla tua destra.
Gloria al Padre ….
Preghiamo
Donaci, o Gesù,
di tenere lo sguardo
fisso su di Te.
Tu sei colui
da cui la nostra fede deriva,
sei colui che la porta a perfezione,
colui che ha corso nella prova prima di noi,
colui che ci conduce,
che non ci lascia sbagliare il cammino.
Fa’ che noi ti contempliamo con affetto profondo
e possiamo trovare forza e gioia
nel seguirti anche nelle scelte difficili.
La chiamata:
“Tu sei Simone figlio di Giovanni, ti chiamerai Cefa”
Vogliamo iniziare questo secondo incontro ringraziando il Signore che ci permette di incontrarci in queste sere e di fare insieme un cammino guidati dalla sua Parola.
Ieri sera abbiamo meditato insieme l’incontro di Gesù con i primi discepoli nel racconto dell’evangelista Giovanni.
Abbiamo raccolto la testimonianza di Giovanni il Battista; ci ha detto che Gesù è qui e sta passando nella nostra vita; occorre vederlo; ci siamo messi al seguito di Gesù; abbiamo ascoltato la sua domanda che ci ha fatto: “che cosa cercate?”; abbiamo capito che per diventare suoi discepoli è necessario incontrarlo personalmente, seguirlo per dimorare con Lui.
Il discepolo è colui che ha incontrato Gesù, che dimora con Gesù, che lo segue nella sua vita, che condivide la sua missione e il suo destino.
Questa sera continuiamo la lettura e la meditazione del racconto del Vangelo di Giovanni 1,40-51.
Lettura dal vangelo di Giovanni 1,40-51
40Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. 41Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – 42e lo condusse da Gesù.
Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.
43Il giorno dopo Gesù volle partire per la Galilea; incontrò Filippo e gli disse: «Seguimi!». 44Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro.
45Filippo incontrò Natanaele e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nazareth». 46Natanaele gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?».
Filippo gli rispose: «Vieni e vedi».
47Gesù intanto, visto Natanaele che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità».
48Natanaele gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». 49Gli replicò Natanaele: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». 50Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!».
51Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».
Abbiamo trovato
Uno dei due che, per caso, hanno sentito Giovanni il Battista dire di Gesù “ecco l’Agnello di Dio” si chiama Andrea, fratello di Simone, mentre l’altro resta rigorosamente anonimo.
Il discepolo ignoto ha il volto del discepolo di ogni tempo.
È una casella vuota: tocca a ciascuno di noi riempirla con il proprio nome.
Andrea, dopo aver incontrato Gesù, si imbatte in suo fratello Simone.
Il verbo greco potrebbe voler dire “andò a cercare il fratello Simone”, ma potrebbe anche significare “incontrò per caso il fratello Simone”.
La seconda interpretazione ci suggerisce che Andrea parli di Gesù a chiunque gli capita di incontrare; nella prima suggerisce la precisa volontà di parlare di Gesù a una persona determinata.
Nell’uno e nell’altro caso, però, la testimonianza di Andrea non si limita al fratello. Si precisa, infatti che incontrò il fratello per primo.
Andrea dice al fratello quello che gli è capitato: “abbiamo trovato”
Chi incontra Gesù sente il bisogno di comunicarlo, non può tacere!
Quando ci capita una cosa bella la raccontiamo. Ci crederanno si, ci crederanno no, tuttavia noi diciamo quello che abbiamo trovato.
Nessuno dice ciò che ha lasciato. Non dice al fratello: sai ho lasciato il mio vecchio maestro, Giovanni. A nessuno interessa sapere ciò che si è lasciato; interessa, invece, sapere quello che si è trovato.
“Abbiamo trovato il Messia” e lo condusse da Gesù
Simone non parla, non dice niente, non risponde nulla al fratello, si lascia condurre. Non fa nessun commento. Posto davanti a Gesù, non mostra alcuna reazione: né una parola, né un gesto. Anche quando Gesù gli cambia il nome.
Simone è il nome anagrafico datogli dagli uomini, roccia è il nuovo nome datogli da Gesù.
Per i semiti il nome esprime l’essenza di una persona, il suo destino.
Pietro è destinato ad essere “roccia”.
Il seguito del Vangelo chiarirà il significato di questo nome.
Pietro è silenzioso. Non racconta a nessuno chi ha incontrato.
È l’unico dei personaggi di questo racconto che non reagisce: né testimonia, né esprime la sua fede. Ma è l’unico a cui Gesù rivolge una parola che gli cambia il nome.
È stato il fratello a portarlo da Gesù, ma sono le parole di Gesù che gli cambiano la vita.
Gesù, Filippo e Natanaele
Il giorno dopo, Gesù volle partire per la Galilea e incontrò Filippo.
È sempre usato lo stesso verbo: incontrare, trovare.
Gesù non ha fatto quella strada apposta per incontrare Filippo; semplicemente, potremmo dire “per caso” lo ha incontrato.
Avendolo incontrato, gli dice: “seguimi!”
C’è chi si sente chiamato perché ha ricevuto una testimonianza da parte di un altro, come Simone che è stato condotto dal fratello; c’è chi è chiamato dallo stesso Gesù: seguimi!
Filippo, a sua volta, incontra Natanaele, ancora una volta per caso, e anche Filippo dice a Natanaele quello che trovato.
E’ significativo che in questo brano nessuno dice: “ho trovato”, ma tutti: “abbiamo trovato”.
Natanaele è un nome bello, significa, dono di Dio.
Filippo racconta a Natanaele chi ha incontrato: Gesù, figlio di Giuseppe di Nazareth ( Gv. 1,45) Non gli dimostra nulla, non argomenta, gli comunica semplicemente la sua esperienza.
La testimonianza di Filippo racchiude un motivo sconcertante: quello di un Messia le cui origini sono insignificanti: da Nazareth può venire qualcosa di buono? (Gv. 1,46) Natanaele reagisce. L’origine di Gesù non depone a favore della sua messianicità. E’ un obiezione seria.
Il Messia di cui ha parlato Mosè, di cui hanno parlato i profeti, il Messia glorioso, colui che deve imprimere al mondo una svolta, può venire da un paese sconosciuto, essere figlio di un falegname?
Se Dio si manifesta al mondo dovrà scegliere un luogo prestigioso, probabilmente centrale, in modo che la voce si spanda più velocemente.
Come può venire da una famiglia senza storia?
Ma la novità cristiana è proprio questa: il Figlio di Dio si è fatto uomo, un uomo che è vissuto trent’anni a Nazareth senza che nessuno lo sapesse, nell’anonimato, nel quotidiano, eppure era il Figlio di Dio.
Allora Dio è presente anche nell’anonimato del nostro quotidiano, non solo là dove avvengono i miracoli. Questa è la bellezza della nostra fede.
L’obiezione di Natanaele diventerà la stessa ragione della fede.
Noi crediamo proprio perché il Figlio di Dio si è mostrato in Gesù di Nazareth, figlio di Giuseppe.
Vieni e vedi
Filippo risponde all’obiezione di Natanaele dicendogli: Vieni e vedi.
Filippo non può dire altro: ha detto chi ha incontrato e lo invita a un incontro di persona. Sa che è determinante l’incontro personale con Gesù.
La testimonianza può venire da chiunque ( dal Battista, da Andrea, da Filippo), ma l’incontro è sempre con Gesù.
Gesù vide Natanaele che gli veniva incontro ( Gv.1,47).
È Natanaele che viene (che cerca), però è Gesù che per primo lo scorge.
L’iniziativa è sempre di Gesù.
Filippo ha testimoniato a Natanaele, ma la chiamata è di Gesù.
La testimonianza non equivale alla chiamata.
Gesù lo scorge e afferma: ecco un Israelita in cui non c’è falsità.
E’ solo di Natanaele che Gesù dice che non c’è finzione.
È una qualità squisitamente umana: un uomo in cui non c’è falsità, raggiro, doppiezza; è un uomo tutto d’un pezzo, un uomo sincero.
È una grande lode.
È una qualità prettamente umana, ma se manca questa qualità come potrà uno diventare un annunciatore, un responsabile del Regno di Dio.
L’incontro con Gesù domanda di vivere in pienezza, fino in fondo la nostra umanità. E’ la lode più grande che possiamo fare di una persona.
Anche mostrare e non nascondere le proprie resistenze, i propri dubbi è lealtà.
La ricerca di fede è sempre accompagnata dal dubbio.
Il nostro cuore vive sempre la ricerca di Dio; cerca e non trova, trova e gli sembra di nuovo di perdere, per cui torna a cercare e poi ritrova ( C. M. Martini)
Senza inganno ( Gv. 1,47) è la parola detta da Gesù che definisce la qualità del discepolo, non soltanto l’uomo, la persona.
A Natanaele viene dato un segno da Gesù per confermare la sua fede, per far crollare la sua obiezione. Dio offre i suoi segni.
Alle volte sono segni molto semplici, come questo: prima che Filippo ti chiamasse, ti ho visto sotto il fico, non un fico qualunque, ma quello davanti a casa tua. È una parola che sembra dire una banalità, ma è una parola che per Natanaele è già un vero segno di chi sia Gesù
Non dobbiamo dimenticare che i segni che Dio ci offre sono sempre personali. Gesù ci conosce da sempre, anche se pare ci capita davanti per caso e all’improvviso.
A questo punto l’obiezione di Natanaele cade immediatamente.
Basta poco, perché Natanaele è un uomo trasparente, onesto, disponibile che non ama difendere se stesso, ma è capace di consegnarsi alla verità: Tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re di Israele!. ( Gv. 1,49)
La risposta alla chiamata non è mai cieca.
Gesù, quasi prendendolo in giro, gli risponde: Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste. (Gv. 1,50)
Gesù fa una promessa a Natanaele: il fatto che l’abbia visto sotto il fico, è un piccolo inizio. Vedrai cose ben più grandi.
Qualche riflessione
1) Una missionarietà per contagio
Andrea e Filippo hanno incontrato Gesù e lo raccontano alle persone che incontrano, alle prime che incontrano.
Questa è una missionarietà per contagio.
È una missionarietà che deve avvenire quotidianamente, senza un progetto o un programma studiato. È una missionarietà che avviene per caso nella nostra vita di ogni giorno, nelle nostre relazioni quotidiane.
È il modo missionario più incisivo.
È una missionarietà che viene vissuta anche senza nominare Gesù, portando avanti i valori del Vangelo. Dobbiamo imparare a parlare, a testimoniare il Vangelo nei nostri rapporti quotidiani
2) Gesù chiama per nome
Il racconto si snoda attorno a tre erbi: chiamare, seguire, vedere.
Gesù dice a Pietro: Tu sei Simone, ti chiamerai Cefa! ( Gv. 1,42)
Gesù ci chiama uno ad uno, ci conosce nella nostra individualità.
Però Gesù non si accontenta del nome di Battesimo, Gesù ci cambia il nome. E’ come assumere una nuova identità.
Infatti il nome che abbiamo è quello dell’anagrafe, quello dato dagli uomini, serve solo a distinguerci dagli altri.
Ma Dio ha un altro sguardo su di noi: lui vede la funzione che ognuno di noi deve svolgere, il posto che ciascuno occupa nel Regno di Dio, la vocazione che lui vuole dirci. Ognuno di noi ha un nome nuovo: è la vocazione propria di ciascuno. Gesù cambia il nome a tutti, perché per tutti ha una chiamata a cui dobbiamo rispondere.
Quale è la nostra vocazione ? Quale è il nome che Dio ci ha dato? E con il quale ci chiama?
Anche Maria nell’episodio dell’Annunciazione, viene chiamata “piena di grazia”, vuol dire amata gratuitamente, amata per sempre.
Questo nome indica la sua identità profonda, la funzione che Maria svolge: quella di essere il segno dell’amore gratuito di Dio.
In un secondo momento, Maria, sentendosi amata gratuitamente, si chiamerà Lei stessa “serva”.
Anche noi, attraverso la chiamata che il Signore ci fa dobbiamo essere trasparenza dell’amore gratuito di Dio e portarlo ovunque andiamo.
3) Seguire Gesù.
Il verbo seguire è semplice e bello insieme, vuol dire camminare.
Un discepolo deve essere uno che cammina, non uno che sta fermo, seduto.
Seguire vuol dire andare dietro a Gesù, scegliere di mettere i piedi dove li mette Lui. Seguire non vuol dire andare davanti. Talvolta pretendiamo di andare davanti al Signore: lo preghiamo di realizzare i progetti che abbiamo in mente. Invece è il Signore che ha un progetto per ciascuno di noi.
Dobbiamo stare vicino a Lui, ma sempre un passo indietro, perché è Lui che traccia la strada non noi.
Quelli, poi, che scelgono di seguire Gesù si trovano a vivere insieme: formano la sua comunità.
La comunità non nasce perché decidiamo di metterci insieme, bensì perché ciascuno di noi decide di seguire Gesù.
È questa la bella comunità attorno al Signore, fondata sulla sequela di Gesù, sul desiderio di andargli dietro.
Solo così si costruisce e vive la comunità cristiana.
4) Vedrete il cielo aperto ( Gv. 1,51)
Il verbo è al futuro.
Il Figlio di Dio che è venuto nel mondo ha aperto il cielo.
Per vedere il cielo dobbiamo guardare Lui, Gesù.
Per capire chi è Dio basta conoscere Gesù, quello che ha detto e ha fatto. Dobbiamo guardare Lui se vogliamo farci un’idea di che cosa c’è in cielo, di come è fatto il volto di Dio. Dio nessuno lo ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, … Lui lo ha rivelato con la sua vita ( Gv. 1,18)
Il verbo “vedrete” lo possiamo intendere anche in un altro modo.
Gesù può essere conosciuto solo seguendolo.
Proseguendo la lettura del Vangelo scopriremo che Gesù andrà verso la Croce; sarà crocifisso, e risorgerà.
Scopriremo, come i discepoli, che Gesù è il Figlio di Dio proprio perché crocifisso, perché ha manifestato un amore che ha resistito fino all’ultimo, ha perdonato, non ha usato violenza, è morto per tutti in mezzo a due ladroni.
Gesù è la trasparenza di un Dio che è amore per tutti.
Questo è il volto di Dio.
Il popolo dei cristiani è il popolo di coloro che guardano il crocifisso, perché lì vedono la novità di Dio, l’amore di Dio che si spende per tutti.
Tutti sono capaci di dire che tocca l’uomo spendersi per Dio, noi invece diciamo e crediamo in un Dio che si è speso per noi per primo.
Giovanni quando dice: Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me ( Gv. 12, 33): indica la Croce innalzata, vittoriosa, la croce che conduce alla risurrezione. L’amore che vediamo sulla Croce è un amore che trionfa, sembra che perda, invece trionfa, vince la morte.
Sulla Croce vediamo un amore che è più forte dell’odio.
L’amore sembra una scelta perdente: Gesù è sembrato un perdente, invece vince la morte.
Gesù sulla croce ci dice che noi siamo fatti per amare, ma noi abbiamo anche paura ad amare, perché amare vuol dire rischiare. Se si vuole bene a una persona ci si mette nelle sue mani.
L’amore è un rischio: ne siamo attratti, ma ne abbiamo paura.
Il crocifisso ci dice che non dobbiamo avere paura perché l’amore vince, l’amore risorge.
Questa è la novità cristiana.
5) Dio è un eccesso infinito di amore.
La croce di Gesù ci rivela la vita di Dio. Dio non è una realtà monolitica, ferma, rigida di tre persone uguali e distinte, in tutto soddisfatte.
Dio è un fuoco divorante, è un dono senza limiti, per cui ogni persona divina nel mistero della Trinità, si dona all’altra, spogliandosi in qualche modo di sé perché l’altra sia. Dio è un mistero di uscita da sé, di dimenticanza di sé, di dedicazione all’altro.
Noi siamo creati a immagine di Dio, allora il superamento di sé, il dono di sé, l’andare oltre, proprio del mistero di Dio deve caratterizzare anche la nostra condizione umana. Il perdere la propria vita per ritrovarla è ciò che rende l’uomo immagine di Dio.
Quanto più cerchiamo di conoscere qualcosa del mistero trinitario, tanto più prendiamo coscienza che tale mistero è dedizione gratuita fino alla morte.
La morte di Gesù in croce, allora, non è un incidente di percorso, né un fatto storico causato da circostanze contingenti, ma affonda le sue radici nel mistero di Dio, nel mistero della Trinità.
Dio vive in maniera da donare se stesso, fino all’estremo, fino al dono supremo, fino allo spogliamento completo per noi, fino alla morte in croce di Gesù
Allora siamo fatti per amare in modo eccessivo.
Siamo fatti per andare oltre, per donarci, per consacrarci a qualcosa di più grande, per dedicarci gratuitamente a ciò che ci supera da ogni parte.
Chi si rinchiude in se stesso, lo fa a proprio danno.
Solo vivendo il di più troviamo noi stessi e Dio. Dio lo si può cogliere sintonizzandosi sul dono di sé al di là del dovuto: nel gratuito, nell’eccesso.
Nel silenzio.
Proviamo a rileggere queste pagine con una matita in mano, sottolineando quello che sentiamo più importante, più necessario per noi. Che cosa ci ha colpito di più e riteniamo necessario per la nostra vita?
Nella prima sera la domanda chiave è stata: che cosa cercate? Questa sera dovremmo farci un’altra domanda: noi apparteniamo al numero dei chiamati: perché mi hai chiamato? A che cosa mi hai chiamato? Non si può avere questa fortuna e tenerla per sé: si banalizza, muore: dobbiamo allora essere contagiosi, come possiamo essere contagiosi?
Preghiera
Donaci, o Gesù,
di tenere anzitutto lo sguardo fisso su di Te.
Tu sei colui da cui la nostra fede deriva,
sei colui che la porta a perfezione,
colui che ha corso nella prova prima di noi,
colui che ci conduce che non ci lascia sbagliare cammino.
Fa’ che noi ti contempliamo con affetto profondo
e possiamo trovare forza e gioia
nel seguirti anche nella scelte difficili.
( C. M. Martini)