
3° giorno, venerdì 13 ottobre
L'altro come dono: chi è il mio prossimo?
Preghiamo con il salmo 87
Signore, Dio della mia salvezza, * davanti a te grido giorno e notte.
Giunga fino a te la mia preghiera, * tendi l'orecchio al mio lamento.
Io sono colmo di sventure, * la mia vita è vicina alla tomba.
Sono annoverato tra quelli che scendono nella fossa, *
sono come un uomo ormai privo di forza.
E' tra i morti il mio giaciglio, * sono come gli uccisi stesi nel sepolcro,
dei quali tu non conservi il ricordo * e che la tua mano ha abbandonato.
Mi hai gettato nella fossa profonda, * nelle tenebre e nell'ombra di morte.
Pesa su di me il tuo sdegno * e con tutti i tuoi flutti mi sommergi.
Hai allontanato da me i miei compagni, * mi hai reso per loro un orrore.
Sono prigioniero senza scampo; * si consumano i miei occhi nel patire.
Tutto il giorno ti chiamo, Signore, * verso di te protendo le mie mani.
Compi forse prodigi per i morti? * O sorgono le ombre a darti lode?
Si celebra forse la tua bontà nel sepolcro, * la tua fedeltà negli inferi?
Nelle tenebre si conoscono forse i tuoi prodigi, *la tua giustizia
nel paese dell'oblio?
Ma io a te, Signore, grido aiuto, * e al mattino giunge a te la mia preghiera.
Perché, Signore, mi respingi, * perché mi nascondi il tuo volto?
Sono infelice e morente dall'infanzia, * sono sfinito, oppresso dai tuoi terrori.
Sopra di me è passata la tua ira, * i tuoi spaventi mi hanno annientato.
Mi circondano come acqua tutto il giorno, * tutti insieme mi avvolgono.
Hai allontanato da me amici e conoscenti, * mi sono compagne solo le tenebre.
Gloria al Padre ….
Preghiamo
La tua volontà, o Dio,
è la salvezza di ogni uomo:
per realizzarla hai mandato il tuo Figlio
che è morto ed è risorto per noi.
Facci comprendere il mistero
del tuo amore;
donaci un cuore grande,
capace di accogliere i tuoi desideri
e di modellare su di essi le nostre scelte.
Aprici ad accogliere la tua Parola,
a riconoscerla come luce per i nostri passi,
come dono capace di dare senso alla nostra vita. Amen.
L’altro come dono
Chi è il mio prossimo?
I primi discepoli hanno ascoltato la testimonianza di Giovanni Battista, hanno incontrato Gesù, hanno capito che dimorare con Gesù vuol dire seguirlo sulla strada, condividere la sua missione, il suo destino, diventare suoi testimoni.
Questa sera ci domandiamo che cosa dobbiamo fare? Come concretamente seguire Gesù? Essere suoi testimoni’?
Maestro che cosa devo fare per avere la vita?
25Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e gli chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». 26Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». 27Costui rispose«27Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». 28Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». ( Lc. 10,27-28)
Così è scritto anche nel libro del Deuteronomio (6,5) e nel libro del Levitico (19,18). Ma lo scriba non è soddisfatto e aggiunge: Chi è il mio prossimo?
Chi è il mio prossimo?
È la domanda che ci facciamo anche noi in questa terza sera dei nostri esercizi spirituali. È la domanda che ci aiuta a capire come essere testimoni di Gesù, oggi. La risposta la troviamo nella parabola del Samaritano raccontata da Gesù nel Vangelo di Luca.
Lettura del Vangelo di Luca 10,30-37
30Gesù disse: un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto.
31Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. 32Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre.
33Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 34Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. 35Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”.
36Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». 37Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».
Il sacerdote e il levita
Un viandante viene assalito, depredato e abbandonato mezzo morto.
Un sacerdote e un levita, tornano dal loro servizio al tempio, giungono sul posto e, scorto il ferito, lo evitano, passando oltre.
Insensibilità, indifferenza, o piuttosto desiderio di mantenere la propria purezza cultuale. Era prescritto a chi prestava servizio al tempio che dovevano mantenersi puri: il sangue contaminava.
Gesù sceglie intenzionalmente come figure negative proprio un sacerdote e un levita per dire che l’osservanza del culto non deve distrarre dall’essenziale, cioè dall’amore per il prossimo e la purezza che Dio vuole è la purezza dal peccato, dall’ingiustizia, non dal sangue di un ferito.
Non è una polemica nuova, la troviamo anche in alcune testi dei profeti: in Amos 5,21ss, in Isaia1,10ss; in Geremia 7,1ss.
È chiaro che Gesù non vuole negare il valore del culto e della preghiera.
Egli stesso ne ha parlato molte volte (Cfr. Lc. 11,1ss) e ce ne ha fatto capire l’importanza; quello che qui vuole ricordare è che occorre stare attenti che il culto non distragga dai doveri dell’amore e della giustizia.
Il culto non può mai essere fine a se stesso, chiuso alla carità.
Colui che è radicato nell’amore di Dio guarda e avvicina ogni uomo, creando vincoli nuovi di prossimità, e scavalca le barriere della razza, della classe sociale, della diversa mentalità, della diversa appartenenza religiosa.
(C. M. Martini)
Il Samaritano
Passa un samaritano, si ferma, si prende cura del ferito.
Come figura positiva Gesù prende un samaritano: è uno straniero.
Nella parabola il samaritano diventa un modello.
Lo stupore del dottore della legge dovette essere grande.
I samaritani venivano considerati impuri, gente da evitare, alla stregua dei pagani. Fra i giudei circolava un detto: “Chi mangia il pane dei samaritani e come se mangiasse carne da maiale”.
La carne di maiale era carne impura.
Gesù sceglie, come personaggio modello della parabola proprio un samaritano disprezzato, non un fariseo osservante.
Per Gesù i modelli li puoi trovare anche là dove meno te lo aspetti perché la bontà non ha confini.
Il bene non è tutto da una parte e il male dall’altra, può venire anche da chi non è della stessa nostra religione, della nostra razza, della nostra cultura …
Il ferito lungo la strada
Nella parabola nulla è detto del ferito: non viene evidenziata la sua identità, ma il suo bisogno.
Il prossimo da aiutare è qualsiasi bisognoso che si incontra.
Dio ama ogni uomo, senza differenze: ama i giusti e i peccatori, i vicini e i lontani.
Il samaritano, a differenza del sacerdote e del levita, vede il ferito, sente compassione, si avvicina, fascia le ferite, lo carica sulla sua cavalcatura, lo porta a una locanda, si prede cura di lui, paga l’albergatore.
Gesù sposta l’attenzione dello scriba da “chi è il prossimo?”, a un’altra domanda più concreta e coinvolgente: “che cosa significa amare il prossimo?”.
Gesù pone l’accento sul verbo amare più che sul prossimo da aiutare.
Non si può dire di amare il prossimo a parole, occorrono gesti concreti..
Amare il prossimo vuol dire prendersi carico della sua condizione.
IL samaritano non si è chiesto chi fosse il ferito, il suo aiuto è stato disinteressato, generoso, concreto.
Ecco che cosa vuol dire amare il prossimo.
Il discorso, a questo punto, si direbbe chiuso.
È stata fatta una domanda: chi è il mio prossimo? Ed è stata data la risposta: è il bisognoso che incontri.
Invece giunti alla conclusione, Gesù pone un’altra domanda.
Chi dei tre si è fatto prossimo?
Chi di questi tre ti sembra essersi fatto prossimo a colui che è incappato nei briganti? È una domanda che racchiude un altro insegnamento, forse il più importante.
Per Gesù chiedersi chi sia il prossimo è in definitiva un falso problema.
Il prossimo c’è, vicino, visibile, però occorrono occhi capaci di scorgerlo.
Il vero problema è che io devo farmi prossimo a chiunque, devo abbattere le barriere e le differenze che ho dentro di me e che costruisco fuori di me.
Occorre comportarsi come il samaritano che si è fatto prossimo, coinvolto, fratello nei confronti di uno sconosciuto.
Il prossimo non esiste già. Prossimo si diventa.
Prossimo non è colui che ha già con me rapporti di sangue, di razza, di affari, di affinità psicologica.
Prossimo divento io stesso nell’atto in cui, davanti a un uomo, anche davanti al forestiero e al nemico, decido di fare un passo che mi avvicina, mi approssima….
Dio è il Padre di tutti.
Per questo, colui che è radicato nell’amore di Dio guarda e avvicina ogni uomo, creando vincoli nuovi di prossimità, e scavalca le barriere della razza, della classe sociale, della diversa mentalità, della diversa appartenenza religiosa.
(Card. Martini)
L’altro come dono
Papa Francesco ripete continuamente che i cristiani devono tornare sulla strada per incontrare, abbracciare, accompagnare, benedire, sollevare, guarire l’umanità
Occorre ridurre le distanze tra l’amore di Dio e l’amore del prossimo, diventando umanità aggiunta all’umanità di Gesù.
La missione dei cristiani è quella di creare rapporti di prossimità con ogni uomo. ( C.M. Martini)
L’individualismo ha intaccato le radici dell’umano, l’altro è considerato spesso una possibile minaccia prima di essere considerato un uomo.
La relazione con l’altro diventa spesso paura dell’altro, fino al punto di identificare la differenza con la divisione.
La differenza deve essere mantenuta perché è buona.
La divisione, invece, è una perversione della differenza, è cattiva.
Quando trasformiamo la differenza in divisione attraverso l’isolamento o il rigetto dell’altro, noi moriamo.
L’inferno è l’isolamento dell’altro.
L’uomo è fatto per comunicare e per amare.
Dio lo ha fatto così.
Di qui si spiega anche l’immensa nostalgia che ciascuno di noi ha per poter comunicare a fondo e autenticamente.
Non c’è nessuna persona umana che sfugga a questo intimo desiderio.
(C. M. Martini)
È necessario percorrere un cammino dell’incontro, della relazione con l’altro, con ogni volto umano., qualunque sia.
Alcune tappe del cammino dell’incontro con l’altro, per farsi prossimi all’altro
1) Riconoscere l’altro nella sua singolarità.
In primo luogo occorre riconoscere l’altro nella dignità di essere umano. Riconoscere il valore unico e irrepetibile della sua vita, la sua libertà, la sua differenza: è uomo, donna, bambino, anziano, credente, non credente, ricco, povero ….
È un essere umano come me, eppure diverso da me, nella sua irreducibile alterità: io per lui (o lei) e lui (o lei) per me!
Teoricamente questo riconoscimento sembra facile, ma in realtà, proprio perché la differenza desta paura, si deve mettere in conto l’esistenza di sentimenti ostili da vincere.
In particolare c’è in noi un’attitudine che ripudia tutto ciò che è lontano da noi per cultura, morale, religione, costume …
Quando si guarda l’altro solo attraverso il prisma della propria cultura, allora si è facilmente soggetti all’incomprensione e all’intolleranza.
Dobbiamo esercitarci a ricevere dall’altro, considerando che i propri modi di essere e di pensare non sono i soli esistenti.
Si può accettare di imparare, relativizzando i propri comportamenti.
Occorre imparare a coltivare una relazione di alterità in cui si prende il rischio di esporre la propria identità a ciò che non si è ancora..
Noi siamo ciò che dobbiamo essere nella misura in cui seguiamo la tendenza a fidarci.
Da questa tendenza insita nell’uomo ad andare al di là di sé, attraverso un atto di fiducia in altri uomini, nasce la società, nasce l’amicizia, nascono l’amore e la fraternità.
Se nessuno mai rischia non nasce niente. ( C. M. Martini)
2) Coltivare un ascolto arduo, ma essenziale
L’ascolto non è un momento passivo, ma un atto creativo che instaura una confidenza, quasi una con-fiducia tra due ospiti: chi ospita e chi è ospitato.
L’ascolto è un si radicale all’esistenza dell’altro come tale.
Nell’ascolto le rispettive differenze si contaminano, perdono la loro assolutezza, e quelli che sono limiti all’incontro possono diventare risorse per l’incontro stesso.
Ascoltare l’altro non equivale informarsi su di lui, ma significa aprirsi al racconto che egli fa di sé per giungere a comprendere nuovamente se stessi.
Nell’ascolto occorre rinunciare ai pregiudizi che ci abitano, occorre lottare per farli tacere dentro di noi.
Siamo chiamati anche ad affrontare le paure che ci abitano quando entriamo in relazione con l’altro, accettando anche di non capire l’altro.
In tal modo si comprende che la verità dell’altro ha la stessa legittimità della mia verità.
Un ascolto attento diventa un grande servizio e un effettivo aiuto che si offre all’altro …
Oggi le persone hanno più bisogno di ascolto che di parole ..
Soltanto quando diamo ascolto all’altro con attenzione e non distratti, con pazienza e non di fretta, con meraviglia e non annoiati, acquistiamo il diritto e l’autorevolezza di parlargli al cuore… ( C. M. Martini)
3) Giungere al dialogo per far vivere le differenze
Dialogare non è annullare le differenze e accettare le convergenze, ma è far vivere le differenze allo stesso titolo delle convergenze.
Il dialogo non ha come fine il consenso, ma un reciproco progresso, un avanzare insieme.
Nel dialogo avviene, quella che viene chiamata la contaminazione dei confini, cioè si aprono strade inesplorate.
Sono le strade che ha percorso Gesù e che ha lasciato ai suoi discepoli come tracce da seguire, facendosi maestro con la sua arte di relazione, la sua volontà di ascoltare e accogliere quanti incontrava sul suo cammino, fino a lasciarsi costruire, edificare da questi rapporti.
Il culmine di ogni discorso sull’altro come dono è dare compimento al desiderio di Gesù: “Voi siete tutti fratelli” ( Mt.23,8)
L’uomo è relazione.
Se le relazioni sono riuscite, l’uomo è riuscito.
Se sono bloccate, false o distorte, l’uomo è bloccato, falso, distorto.
L’uomo è le relazioni che ha, se ha relazioni positive cresce, mentre se ha relazioni negative, ingannevoli, deperisce come persona. (C. M. Martini)
Sette piccole regole per imparare a comunicare in famiglia
e con l’altro che incontriamo sulla nostra strada
1. Una vera comunicazione nasce dal silenzio.
Per comunicare non occorre una moltitudine di parole; occorre amare il silenzio e far tacere le chiacchiere che nascondono un vuoto interiore.
2. Una vera comunicazione ha bisogno di tempo.
Per comunicare occorre trovare i momenti giusti, senza bruciare le tappe. Non si può comunicare tutto subito. Non bisogna avere fretta.
3. Una vera comunicazione è fatta di luci e di ombre.
Chi nel rapporto interpersonale con l’altro vuole solo e sempre luce, chiarezza, certezza assoluta, dimostra di voler dominare piuttosto che comunicare: cade nella gelosia e si aliena l’altro.
4. Una vera comunicazione non può mai essere completamente trasparente.
E’ necessario custodire e difendere il segreto dell’altro, non forzare mai la soglia del suo segreto, per non cadere nella banalità.
5. Una vera comunicazione coinvolge la persona che comunica.
Chi comunica, dona sempre qualcosa di sé. Per comunicare è necessario non nascondersi, ma mettersi in gioco.
6. Una vera comunicazione domanda di ascoltare, prima di pensare di dire qualcosa.
Solo quando diamo ascolto all’altro con attenzione e non distratti, con pazienza e non di fretta, con meraviglia e non annoiati, acquistiamo il diritto e l’autorevolezza di parlargli al cuore.
7. Una vera comunicazione intende suscitare sempre una risposta.
Ogni comunicazione autentica fa nascere un dialogo.
L’amore deve ricominciare ogni giorno da capo.
Non è l’opera del giorno festivo, ma della ferialità vissuta con il cuore in festa.
Dobbiamo costruire insieme una comunità che testimonia il Vangelo perché ci si fa prossimo all’altro che incontriamo.
Nel silenzio cerca un dialogo con il Signore Gesù:
* Quale frutto posso raccogliere da questi esercizi?
* Che cosa mi chiede Gesù?
* Come intendo dare continuità a questi giorni di Esercizi?
Preghiamo
Maria,
tu che sei la donna della riconciliazione,
guidaci per le strade della verità,
rendici capaci di donare
ciò che gratuitamente abbiamo ricevuto,
aiutaci a contemplare il cammino
che lo Spirito del tuo Figlio Gesù
fa compiere alla nostra Chiesa,
metti nel nostro cuore
e sulle nostre labbra
l’inno di riconoscenza
e di lode al Padre
da cui tutto discende
e a cui tutto ritorna.