Esercizi spirituali 2013
“IL CAMPO È IL MONDO”
3° giorno, venerdì 18 ottobre: “Il frutto maturo della Parola è la carità”
Nutrito dalla Parola, cresce rigoglioso l’albero della Chiesa.
Se lo paragoniamo a uno stelo di grano,
esso culmina in una spiga meravigliosa:
è l’Eucaristia, culmine della vita della Chiesa,
sintesi di tutta la sua vitalità.
La spiga è fatta di semi di grano, pronti a loro volta
per essere di nuovo disseminati,
oppure per essere macinati e divenire pane dell’uomo.
Frutto dell’Eucaristia e termine operativo
dell’azione della Chiesa è la carità.
È la carità che rende la Chiesa un albero visibile e accogliente.
( C: M. Martini)
Preghiamo con il Salmo 87
Signore, Dio della mia salvezza, * davanti a te grido giorno e notte.
Giunga fino a te la mia preghiera, * tendi l'orecchio al mio lamento.
Io sono colmo di sventure, * la mia vita è vicina alla tomba.
Sono annoverato tra quelli che scendono nella fossa, *
sono come un morto ormai privo di forza.
E' tra i morti il mio giaciglio, * sono come gli uccisi stesi nel sepolcro,
dei quali tu non conservi il ricordo * e che la tua mano ha abbandonato.
Mi hai gettato nella fossa profonda, * nelle tenebre e nell'ombra di morte.
Pesa su di me il tuo sdegno * e con tutti i tuoi flutti mi sommergi.
Hai allontanato da me i miei compagni, * mi hai reso per loro un orrore
Sono prigioniero senza scampo; * si consumano i miei occhi nel patire.
Tutto il giorno ti chiamo, Signore, * verso di te protendo le mie mani.
Compi forse prodigi per i morti? * O sorgono le ombre a darti lode?
Si celebra forse la tua bontà nel sepolcro, * la tua fedeltà negli inferi?
Nelle tenebre si conoscono forse i tuoi prodigi, *la tua giustizia nel paese dell'oblio?
Ma io a te, Signore, grido aiuto, * e al mattino giunge a te la mia preghiera.
Perché, Signore, mi respingi, * perché mi nascondi il tuo volto?
Sono infelice e morente dall'infanzia, * sono sfinito, oppresso dai tuoi terrori.
Sopra di me è passata la tua ira, * i tuoi spaventi mi hanno annientato,
mi circondano come acqua tutto il giorno, * tutti insieme mi avvolgono.
Hai allontanato da me amici e conoscenti, * mi sono compagne solo le tenebre.
Gloria al Padre ….
Preghiamo
Signore,
in queste sere ci hai incrociati;
hai camminato con noi.
Ci hai inquietati con la tua Parola,
soprattutto sei entrato dentro di noi.
Sei stato un amico paziente,
hai acceso il nostro cuore con la tua Parola.
Signore, rimani sempre con noi,
perché la tua Parola porti frutto
IL FRUTTO MATURO DELLA PAROLA E’ LA CARITA’
La parabola del seminatore che ieri sera abbiamo meditato è un richiamo forte per ciascuno di noi e per la nostra comunità a ripartire da Dio, ad affermare il primato di Dio. E’ Lui che semina il buon seme, noi siamo chiamati ad essere terreno buono per fare frutti buoni. Il frutto maturo della Parola è la carità.
Questa sera ci domandiamo: che cosa dobbiamo fare?
1. primo frutto: RIPARTIRE DA DIO.
Il primo frutto da coltivare nel terreno buono della Parrocchia è quello di ripartire da Dio, affermare il primato di Dio.
Ripartire da Dio richiede il coraggio di avere lo sguardo fisso su Dio per ritrovare la gioia di vivere, la gioia di appartenere a una comunità, la passione di testimoniare il Vangelo a tutti, la convinzione che il bene è più forte del male e che ogni uomo è fatto per accogliere la Parola, che non esiste nessuna persona del tutto impenetrabile alla Parola di Dio, perché noi ci realizziamo nel credere.
Ripartire da Dio significa non dare nulla per scontato nel nostro cammino di fede, non cullarci nella presunzione di sapere già ciò che è invece perennemente avvolto nel mistero e domanda una continua capacità di ascolto.
Ripartire da Dio significa vivere una santa inquietudine che ci fa essere sempre in ricerca, sempre in cammino: Dio non lo vediamo ma lo crediamo e lo cerchiamo come la notte cerca l’aurora.
Ripartire da Dio vuol dire denunciare ai nostri contemporanei la miopia del contentarsi di tutto ciò che è meno di Dio, di tutto quanto può divenire idolo.
Ripartire da Dio vuol dire riconoscere di essere nati per imparare ad amare di più, a osare di più, perché la vita la si ritrova solo se la si dona, dice Gesù (Mt.16,25)
Ripartire da Dio vuol dire riconoscere un unico e molteplice primato:
Il primato di Dio, di Gesù Cristo, della grazia, della persona, dell’interiorità o del cuore.
1) Il primato di Dio.
Ripartire da Dio è riconoscere che Dio è il Padre che ama per primo, che semina il buon seme nel campo della nostra vita, che comunica se stesso e si dona in Gesù prima ancora di ogni attesa umana, il primo nel perdonare gratuitamente, Colui da cui tutto viene, tutto dipende, a cui tutto tende e tutto ritorna. E’ importante innanzitutto sentirsi amati
2) Il primato di Gesù.
Ripartire da Dio è riconoscere che Gesù, Figlio del Padre, è l’immagine perfetta di Dio e figura dell’uomo perfetto, riferimento di ogni crescita umana autentica. Lo scopo di ogni cammino umano è divenire come Gesù, figli di Dio in Lui. Nessun uomo o donna può realizzarsi se non in Gesù Cristo, nessuno potrà mai essere più autenticamente persona umana di Lui.
Lui è il seme buono per eccellenza seminato nel terreno dell’umanità.
Il punto di arrivo di ogni cammino umano è Gesù Cristo, è incontrare Lui.
Lo sguardo di ogni uomo e di ogni donna deve anzitutto fissarsi su Gesù, contemplare Lui, imparare da Lui, imitare Lui, seguire Lui.
E’ incontrare Gesù, seguire Gesù, partecipare alla sua vita di Figlio che ci fa Chiesa. La Chiesa è l’assemblea di coloro che hanno incontrato Gesù e cercano di vivere come Lui.
3) Il primato della grazia, del dono.
Ripartire da Dio è riconoscere il primato dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è il dono del Padre a noi in Gesù, per farci incontrare Gesù e vivere come Gesù.
È lo Spirito che fa crescere il buon seme che il Padre ha seminato nel terreno della nostra vita. E’ l’amore del Padre effuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci permette di agire moralmente seguendo gli esempi di Gesù Cristo, uomo perfetto, giusto, onesto, verace, mite, saggio e coraggioso, che dà la vita per i suoi amici. Qui sta la radice di ogni vera moralità
4) Il primato della persona.
Ripartire da Dio è affermare la dignità della persona umana e della sua libertà. La persona umana è il rispondente di Dio nella creazione, fatta per rispondere con amore all’amore di Dio in Gesù e continuare nel mondo l’opera intelligente e costruttiva del Padre. Il seme buono fa frutti buoni.
La persona umana ha in mano i destini del mondo, è responsabile del senso della storia, è chiamata a collaborare al disegno di riconciliare in unità l’umanità intera.
5) Il primato dell’interiorità.
Ripartire da Dio è riconoscere che nella persona umana, decisivo è il cuore, l’interiorità. Il cuore è il luogo delle decisioni libere, degli affetti profondi che cambiano la vita; è il luogo dei grandi orientamenti che danno senso alla storia.
Tutta la vicenda umana si gioca nell’intimo dell’uomo. “Dal cuore dell’uomo escono tutti i pensieri cattivi che portano al male” (Mc.7,21)
Il seme della Parola di Dio che illumina e salva è destinato al cuore dell’uomo, va accolto nel cuore e trasforma il cuore. Pensiamo ai discepoli di Emmaus: “Non era forse ardente il nostro cuore quando ci parlava”
Di qui la fondamentale importanza del silenzio, dell’attenzione vigile, della riverenza e disponibilità interiore di fronte a Dio che si comunica. Di qui l’importanza della dimensione contemplativa della vita.
2. frutto: PARROCCHIA COMUNITA’ ALTERNATIVA
La Chiesa è l’insieme di coloro che hanno accolto e coltivato il seme buono della Parola di Dio. Si tratta di rendere visibile e in qualche modo percepibile il frutto della Parola seminata in noi e accolta. Si tratta, cioè di rendere visibile il fatto che esiste in questo mondo un’esperienza di comunione possibile sotto il primato di Dio.
Di fronte alla solitudine dell’uomo prigioniero dei propri idoli, la comunità dei discepoli che accoglie la Parola di Dio e che si vogliono bene annuncia il dono di una comunione nuova, di una fraternità possibile per grazia di Dio che chiamiamo “comunità alternativa”. Comunità alternativa è un’esperienza di fraternità possibile sotto il primato di Dio.
La comunità alternativa può essere definita come una rete di relazioni fondate sul Vangelo, che si colloca in una società frammentata, dalle relazioni deboli, fiacche, prevalentemente funzionali, spesso conflittuali (Card. Martini). Nel contesto nel quale ci troviamo a vivere, questa comunità alternativa diventa la città sul monte, il sale della terra, la lucerna sul lucerniere. (cfr. Matteo. 5,13-16)
La comunità alternativa rappresenta nella storia in qualche modo una “utopia” da ricercare sempre con coraggio rinnovato, ma è già presente là dove si vive anche solo un’iniziale esperienza di fraternità che potremmo cogliere tanto più quanto più ci faremo piccoli, semplici, tenendo aperti gli occhi del cuore e cercando di valorizzare ogni più modesta attuazione di amore evangelico.
La comunità alternativa nel senso del Vangelo non è una setta, né un gruppo di pochi eletti …
Nel Nuovo Testamento ci sono offerti diversi modelli di comunità alternative ( quella di Gerusalemme, Antiochia, Filippi, Efeso, Corinto …) I testi del Nuovo testamento ci mostrano che tali comunità non erano esenti da problemi, divisioni, tensioni, scandali: ma tutto ciò era occasione di revisione e alla fine di crescita nella fede, nel perdono e nell’amore.
La comunità alternativa non è una comunità perfetta o senza difetti, ma comunità che si lascia formare, correggere dall’azione dello Spirito Santo.
Anche con tutti i suoi peccati, la comunità alternativa rimane un ideale di fraternità in divenire, destinato a mostrare a una società frammentata e divisa che possono esistere legami gratuiti e sinceri, che non ci sono solo rapporti di convenienza o di interesse, che il primato di Dio significa anche l’emergere di ciò che di meglio c’è nel cuore dell’uomo e della società.
La parrocchia è, nel suo insieme, con tutti i suoi difetti, una simile comunità e come tale è chiamata a diventare un segno di riconciliazione e di pace sul territorio che abita.
Scrive così S. Paolo alla comunità di Filippi immersa in un mondo pagano senza cuore e senza speranza ( Fil. 2,14-16): Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo, tenendo alta la Parola della vita.
Con il proprio modo di stare insieme con pazienza e con amore, la parrocchia ha una funzione di illuminazione e di orientamento sul territorio che abita.
Ascoltiamo il Cardinale Martini:
Vorrei che la mia Chiesa fosse ospitale verso tutti, che annunci il Vangelo senza sconti, come pure senza preclusioni o settarismi.
Vorrei che la mia Chiesa fosse come la grande rete del Vangelo che raccoglie ogni genere di pesci (Mt. 13, 47-50); o come il grande albero presso cui nidificano a loro vantaggio molte specie di uccelli ( Mt. 13, 31-32).
Vorrei una Chiesa che , perché sotto il primato di Dio, sentisse il dovere di essere ospitale, paziente, longanime, lungimirante.
La chiesa è come una grande città, le cui porte non devono essere chiuse a nessuno che chieda sinceramente asilo.
Guai se la Chiesa dei discepoli dell’amore divenisse una setta o un gruppo esclusivo, chiuso ….
Vorrei che la mia Chiesa fosse ospitale e nello stesso tempo non vorrei si creassero confusioni rispetto alla verità del Vangelo
Tutto ciò che la mia Chiesa ha seminato l’ha fatto con la Grazia di Dio.
Guai a me se volessi verificare i risultati, contare i fedeli, vedere subito i frutti. Devo affidarmi perdutamente a Colui che mi ha chiamato ad amarlo e a seguirlo.
La Chiesa è un cammino da massa a popolo dell’Alleanza: in questo cammino c’è chi è più avanti e chi è più indietro, chi si muove solo ora e chi si stanca. Guai a me se riducessi la Chiesa a comunità di giusti e di perfetti.
Tre grandi “no” e tre grandi “si”
Noi dobbiamo amare la Chiesa, come un figlio ama la madre che gli ha dato la vita. Se pensiamo al dono che la Chiesa ci ha fatto rigenerandoci alla vita divina con il Battesimo, o all’aiuto che ci ha dato facendoci crescere nella fede alla scuola della Parola di Dio; se riflettiamo su come ci ha nutrito e ci nutre col Pane della vita che è il Corpo stesso di Gesù o ci ricordiamo di tutte le volte che ha perdonato i nostri peccati con il Sacramento della Riconciliazione, …. sentiamo la gratitudine riempirci il cuore e l’impulso ad amarla e a renderla sempre più credibile e bella.
La Chiesa non nasce da una convergenza di interessi umani o dallo slancio di qualche cuore generoso, ma è dono dall’alto, frutto dell’iniziativa di Dio. La Chiesa è opera di Dio non dell’uomo; è la tenda di Dio in mezzo agli uomini. La Chiesa non si inventa, né si produce, ma si riceve: è dono che va incessantemente accolto.
La chiesa è la comunione di coloro che hanno accolto il seme buono della Parola e sono chiamati a dire con la vita tre grandi “no” e tre grandi “si”.
Il primo “no” è quello del disimpegno, , cui nessuno ha diritto, perché i doni ricevuti da ognuno vanno vissuti al servizio degli altri.
A questo no deve corrispondere il “si” alla corresponsabilità, per cui ognuno si deve fare carico per la propria parte, della fede dell’altro e del bene comune da realizzare secondo il disegno di Dio
Il secondo “no” è alla divisione, cui nessuno può sentirsi autorizzato, perché i doni vengono dall’unico Signore e sono orientati alla costruzione dell’unico corpo, che è la Chiesa.
Ne consegue il “si” che è la fraternità, il farci carico degli altri, il dialogo fraterno, rispettoso della diversità e volto alla costante ricerca della volontà del Signore per ciascuno e per tutti
Il terzo “no” è quello alla stasi e alla nostalgia del passato, cui nessuno deve acconsentire, perché lo Spirito è sempre vivo ed operante nella vita e nella storia.
A questo no deve corrispondere il “si” al continuo rinnovamento, alla continua conversione, perché ognuno possa realizzare sempre più fedelmente la chiamata di Dio
3. frutto: FORMAZIONE, CORRESPONSABILITA’ STILE
Concretamente, al termine di questi giorni di esercizi spirituali in cui ci siamo lasciati condurre dalla Parola di Dio, in particolare dalle parabole del seme, possiamo domandarci: che cosa possiamo fare?
C’è un fare che ognuno di noi deve decidere personalmente con il Signore e parlarne con il Confessore nel sacramento della Confessione.
Ma c’è anche un fare della nostra parrocchia che ci coinvolge tutti e che impegna tutti a fare della nostra parrocchia una Chiesa che riparte da Dio, una “comunità alternativa”, una chiesa tra la gente, una Chiesa nella vita quotidiana, vicina alle case.
Non una Chiesa elitaria, fatta per alcuni, più fortunati, che si pensano perfetti, giusti, ma una Chiesa accessibile a tutti, capace di dialogare con le esperienze vere della gente.
Diceva Giovanni Paolo II: “ La parrocchia è una comunità cristiana presso la gente, che si rivolge alla vita di ciascuno senza esclusioni di sorta, rendendo a tutti possibile un cammino autentico di umanità, di verità, di santità”
Perché questo diventi possibile potremmo impegnarci su tre versanti:
1) Occorre avere molta cura della propria formazione.
Occorre coltivare una vita spirituale seria, dar vita a una formazione intelligente fatta di ascolto della Parola, di preghiera, di vita sacramentale,
I primi cristiani erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli,
nella frazione del pane, nella preghiera e nella vita comune
perché vivevano in relazione profonda con Gesù e tra di loro.
Ecco l’importanza della catechesi e della scuola della Parola.
2) Occorre coltivare la corresponsabilità
Occorrono persone che scelgono la parrocchia come ambito di servizio cristiano, perché mettono la loro vita, il loro tempo, la loro competenza, le loro energie al servizio della Chiesa, soprattutto persone che imparano a pensare e a lavorare insieme. E’ fare in parrocchia un momento per crescere nella corresponsabilità.
Questa è la vocazione specifica dell’Azione Cattolica
3) Occorre dare uno stile cristiano alla parrocchia
Occorre mostrare che è possibile coltivare relazioni belle, gratuite, autentiche fondate sul Vangelo per fare della parrocchia la casa di tutti …
Ciò che rende la parrocchia vicina alla vita della gente, capace di annunciare il Vangelo, non sono le tante iniziative nuove, clamorose, destinate a un largo pubblico , ma l’aprirsi della parrocchia a uno stile di accoglienza, di fraternità che permette a tutti coloro che cercano davvero la verità di riconoscere nella parrocchia i segni della patria spirituale di cui hanno bisogno. Oggi in tanti c’è un assoluto bisogno di vedere un segno cristiano per sentirsi come a casa
Diceva il Card. Martini: “ Tanta gente è in ricerca … La parrocchia deve essere pronta a farsi carico di questi pellegrini della verità .
Don Primo Mazzolari diceva: Una parrocchia senza poveri che cosa è mai? La parrocchia a servizio dei poveri vuol dire semplicemente amare di più chi ha bisogno di essere amato di più e non lasciar fuori questi o quelli dal nostro amore. L’amore colma i vuoti dell’uomo.
Dove c’è un vuoto più grande occorre una sovrabbondanza di amore.
Qualche domanda per riflettere davanti al Signore
Sta in silenzio, alla presenza del Signore, cerca un dialogo con Lui
* Quale frutto raccolgo da questi esercizi?
* Che cosa vuol dire per me concretamente “ripartire da Dio?”
* Che cosa mi chiede il Signore perché il seme della Parola porti frutto?
* Forse potrebbe essere importante stendere una piccola regola spirituale
possibile che sia di guida da confrontare nella prossima Confessione
* Rileggi, con una matita in mano, la scheda, sottolineando quello che più
ti colpisce e segnando quello che, secondo te andrebbe più capito,
più approfondito
Preghiamo la Madonna
Maria,
Tu che sei la donna della riconciliazione,
guidaci per le strade della verità,
rendici capaci di donare
ciò che gratuitamente abbiamo ricevuto,
aiutaci a contemplare il cammino
che lo Spirito del tuo Figlio Gesù
fa compiere alla tua Chiesa;
metti nel nostro cuore e sulle nostre labbra
l’inno di riconoscenza e di lode al Padre
da cui tutto discende e a cui tutto ritorna.