Per il dono dello Spirito, parliamo la lingua dell'altro - SdP Dic. 2014

Catechesi adulti

Scuola della Parola
Per il dono dello Spirito,
parliamo la lingua dell'altro

SCUOLA DELLA PAROLA N. 2

Sugli Atti degli Apostoli 04.12.2014

Introduzione.

Continuiamo la lettura degli Atti degli Apostoli, cercando di conoscere i primi passi della Chiesa delle origini. Ci soffermiamo sull’evento fondante la Chiesa, la Pentecoste, il dono dello Spirito

       Leggiamo Atti 2,1-13
Che cosa dice questo racconto e che cosa ci dice?

Tutti insieme nello stesso luogo
            Il dono dello Spirito è il punto sorgivo della Chiesa e della sua Missione.
Mentre l’evangelista Giovanni riconduce il dono dello Spirito alla morte in croce del Signore che in quel momento “ consegnò lo Spirito”, cioè  dona lo Spirito (Gv.19,30); S. Luca lo colloca nel giorno di Pentecoste.
            La Pentecoste è una esperienza collettiva, straordinaria che sta a fondamento della nuova comunità del Signore, che ha come elemento chiave l’effusione dello Spirito santo, cioè una manifestazione inedita della presenza e della forza di Dio, donata a tutti, quasi un sigillo finale, l’atto conclusivo della rivelazione di Dio nella storia.
Nel racconto della Pentecoste S. Luca sottolinea il fatto che i discepoli si trovavano tutti insieme nello stesso luogo, perché si tratta di un evento ecclesiale, cioè riguarda la Chiesa nel suo complesso. È un’esperienza rivolta alla comunità dei discepoli: è la Chiesa che riceve il dono straordinario dell’effusione dello Spirito promesso.
Ma il dono dello Spirito non è solo un’ esperienza comunitaria, è anche un’esperienza singolare, personale. Il testo ci racconta che il segno visibile di ciò che sta accadendo, la presenza del fuoco, raggiunge tutti singolarmente: “ lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro” (At. 2,3).
Nella Chiesa c’è una tensione da mantenere sempre viva tra la dimensione ecclesiale e quella personale: lo Spirito è donato alla Chiesa nel suo complesso, ma si rende visibile e è fruibile da ciascuno singolarmente e personalmente.
            L’Antico Testamento racconta di altre teofanie (manifestazioni di Dio) con gli stessi simboli della Pentecoste, il vento e il fuoco, (cfr. Es. 19,18 la teofania del Sinai; 1 Re,11-12, il profeta Elia  sull’Oreb …) in cui il popolo o il profeta fa esperienza di Dio, ma quella della Pentecoste non è una delle tante, è in un certo senso l’ultima, quella definitiva, quella che completa e chiude la manifestazione di Dio attraverso suo Figlio che è passato tra noi.
            E il senso ultimo dell’effusione dello Spirito non è  in vista di una liberazione come, per esempio il fuoco del roveto ardente di Mosè,  (cfr. Es. 3,2), ma è in funzione dell’annuncio del Vangelo, cioè è strettamente legata al compito che Gesù ha affidato ai suoi di portare il Vangelo agli estremi confini della terra.
            Un altro aspetto da sottolineare è quello che, pur essendo lo Spirito santo un dono promesso, preannunciato, tutto avviene  all’improvviso.
Tutte le cose che riguardano il mistero di Dio, anche preannunciate avvengono all’improvviso, non sono gestibili, non sono manipolabili. Si tratta sempre dell’iniziativa libera e gratuita di Dio, L’intervenire di Dio che è sempre capace di sorprenderci. Occorre rimanere sempre all’erta e domandarci in quali modi, in quali momenti della nostra vita il Signore ci ha visitato e sparigliato le nostre carte e i nostri progetti

Cominciarono a parlare in altre lingue
            A Pentecoste viene dato il dono straordinario delle lingue.
Per comprendere il suo significato occorre tornare a un racconto dell’Antico Testamento, il racconto della torre di Babele. L’effusione dello Spirito rende gli Apostoli non solo capaci di parlare in altre lingue, ma consente agli ascoltatori di capire, esattamente il contrario di ciò che accadde a Babele ( Gn. 11,1-9).
A Babele la pretesa dell’uomo aveva prodotto come effetto la confusione delle lingue, l’incomprensione, l’impossibilità di comunicare.
Se a Babele Dio inventa le differenze, aprendo alla possibilità anche di non capirsi, di trovarsi nella confusione, nel giorno di Pentecoste l’incomprensione è finalmente superata.
            Confusione significa anche disordine, sovvertimento dei criteri di priorità, così che l’uomo tenta addirittura di scalare il cielo, di raggiungere Dio ..
Ora, invece, Dio scende verso l’uomo per compiere pienamente la sua rivelazione. La sua manifestazione all’umanità.
Attraverso l’effusione dello Spirito si ricompongono le relazioni umane, si superano le distanze. Si ritrova una nuova capacità di capirsi, non perché la lingua è unica, come a Babele prima della dispersione, ma perché il dono dello Spirito unisce, rispettando le differenze e superando le divisioni, rendendo capaci di parlare la lingua dell’altro.
            Nel racconto della Pentecoste S. Luca si sofferma in particolare sulla presenza di molti popoli, una vera e propria lista. Probabilmente intende tracciare due linee direttrici, da est a ovest e da nord a sud, simbolicamente quel giorno a Gerusalemme è rappresentato il mondo intero, nei suoi punti cardinali. Per il dono dello Spirito, gli Apostoli sono in grado di parlare ogni lingua e ogni persona presente a Gerusalemme può udire e comprendere l’annuncio di salvezza.
            Nel racconto Luca pone l’accento più sugli ascoltatori che su coloro che parlano lingue nuove, sulla loro sorpresa, addirittura turbamento e meraviglia.
Quello che sta accadendo porta tutti a interrogarsi  sulla possibilità e insieme sul significato di ciò di cui sono protagonisti: “ ma che cosa sta accadendo? Che parola straordinaria ci è data la possibilità di udire!! come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?
È una domanda che nasce dallo stupore per ciò che accade, per la parola straordinaria che è data di udire.
          Il dono delle lingue dice che il Vangelo è destinato a tutti e lo Spirito di Gesù risorto donato alla Chiesa rende possibile questo annuncio a tutti
Il racconto che S. Luca farà, poi, nel libro degli  Atti sarà la descrizione di come il Vangelo è stato portato dagli Apostoli fino agli estremi confini della terra.
Ciò che avviene a Gerusalemme in quel momento anticipa e rappresenta tutta la storia dell’annuncio cristiano, che arriva fino a noi e che proseguirà oltre le nostre persone e i nostri tempi.
Ciò che viene descritto da S. Luca è l’evento di sempre della missione: lo Spirito si effonde sulla Chiesa e la rende capace di andare e annunciare il Vangelo in ogni lingua. È un andare non solo geografico, ma esistenziale, cioè il Vangelo è capace di entrare in ogni piega dell’umano, in ogni linguaggio; è capace di toccare e di parlare al nostro cuore e al cuore di ogni persona.

La nostra lingua
            Il testo degli Atti mette in evidenza che lo stupore è perché ognuno intende l’annuncio nel proprio dialetto nel quale è nato.
È il concetto di lingua madre, linguaggio nativo, quella di casa, una specie di lingua di famiglia, capace di toccare le corde degli affetti e delle radici profonde dell’esistenza, capace di toccare il cuore.
            Questa lingua non si apprende sui banchi, né si può insegnare per diventare interpreti, si apprende solo nell’intimità delle relazioni e calandosi profondamente nelle storie delle persone. È la lingua della madre, la lingua che fa appello alle regioni profonde del cuore.
            È opera dello Spirito parlare questa lingua. È lo Spirito che parla al cuore e tocca il cuore e può abilitare a parlare al cuore per toccare il cuore.
Più avanti, dopo il discorso di Pietro, S. Luca dice:  all’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: che cosa dobbiamo fare, fratelli? (At. 2,37)
            Il cuore è colpito, addirittura trafitto e da questa trafittura nasce un nuovo sguardo sulla propria vita e il desiderio di ricominciare, di rimettersi nella giusta direzione, di rispondere a Dio con il cuore, perché è il cuore che è stato toccato.
            Nel dono dello Spirito accade un incontro vero, profondo tra colui che annuncia e coloro che ricevono l’annuncio, un incontro umano, capace di creare intimità, una familiarità che fa cadere l’estraneità, paure, diffidenze. Un incontro così nasce soltanto dentro una capacità profonda di mettersi in ascolto, una relazione fondata sulla fiducia e sulla comprensione.
Da questo incontro nasce la comunità cristiana come comunità di fratelli, dove è possibile vivere relazioni vere, autentiche fondate sul Vangelo.

La grandi opere di Dio
            Ma quale il contenuto dell’annuncio? Di che cosa gli Apostoli parlano?
Tutti sentivano gli Apostoli esprimere nelle loro lingue le grandi opere di Dio.  E tutti erano sbalorditi ...( At.2,11)
L’annuncio cristiano ha come suo oggetto Dio stesso, le opere che lui compie.
Si tratta di Lui, di ciò che lo riguarda, che lo manifesta.
L’annuncio cristiano non una dottrina, né un codice di comportamento.
Il Vangelo non indica anzitutto che cosa deve compiere l’uomo per Dio, ma ciò che Dio compie e ha compiuto per l’uomo.
L’opera per eccellenza del Padre è la rivelazione di Gesù, attraverso tutta intera la sua vita, in particolare la sua Pasqua.
Gesù è la grande opera di Dio, è la buona notizia di Dio.
Chiedersi che cosa dobbiamo fare non è ancora il Vangelo: occorre chiedersi che cosa fa Dio per noi, gratuitamente, liberamente ….
La grandezza di chi annuncia sta tutta nella capacità di indicare un Altro, di mostrare colui che solo è grande e fare il possibile per essere il meno ingombrante possibile, perché la tentazione  è quella di crederci o presentarci grandi, ma la nostra grandezza è sempre povera cosa.

Che cosa significa questo?
            Il brano si conclude con la domanda che la folla si pone: Che significa tutto questo?
La rivelazione di Dio, come spesso accade, non risponde alle nostre domande, ma ne apre di nuove.  Ciò che Dio rivela non necessariamente o non subito rende tutto chiaro, ma chiede uno sforzo ulteriore di comprensione, di discernimento.
Ecco la domanda: che cosa Dio ci sta dicendo con questo grande prodigio della Pentecoste? Che cosa Dio mi sta dicendo?
È la domanda chiave di ogni possibile discernimento sulla nostra vita e sulla storia; è una domanda che non dobbiamo mai smettere di farci; è la domanda che ci permette di andare oltre, di non fermarci alla superficie e di accontentarci della banalità dei fatti, anche quando sembra non abbiano niente di stupefacente.
L’azione dello Spirito non è sempre riconoscibile, non è sempre immediatamente riconducibile ai nostri criteri di valutazione. Ci è chiesta spesso la fatica del discernimento, la capacità di tenere aperta la domanda, non come semplice soliloquio nel quale io mi chiedo il senso di ciò che accade, ma come domanda portata nella preghiera, rivolta a Qualcuno, messa davanti al Signore.
Farsi domande giuste può aiutare a trovare risposte vere, capaci di illuminare la nostra vita, di aprire nuove strade, di indicare direzioni insospettate.

L’interpretazione autorevole di Pietro
            Il racconto si conclude con una nota di colore: qualcuno insinua il dubbio che la vera spiegazione di tutto stia nel vino dolce.
Davanti alla manifestazione dello Spirito è sempre possibile l’incredulità.
Tutti si chiedono che senso ha ciò che sta accadendo, che spiegazione si possa trovare; solo chi ha già capito, chi pensa di sapere già tutto e si sente arrivato, nel giusto, chi ha una spiegazione per ogni cosa rischia di non capire nulla, soprattutto di non aprirsi a un significato diverso.
Spesse volte incredulità e ottusità vanno di pari passo.

La mia risposta.
In questo dono dello Spirito che mi è stato donato e della capacità di parlare la lingua dell’altro; quali doni riconosco in me? Quale conversione mi è chiesta? Quale stile di Chiesa mi suggerisce?