
Scuola della Parola - 30 gennaio 2020
Il cammino della speranza
È necessario riflettere sulla speranza.
La vita umana è inconcepibile senza una tensione verso il futuro, senza progetti, senza attese, senza pazienza e senza perseveranza.
Dice il nostro Arcivescovo Monsignor Mario Delpini: lo sguardo cristiano sul futuro non è una forma di ingenuità per essere incoraggiati per partito preso: piuttosto è l’interpretazione più profonda e realistica di quell’inguaribile desiderio di vivere che, incontrando la promessa di Gesù, diventa speranza
La speranza cristiana è credere alla promessa di Gesù che impegna a trafficare i propri talenti e a esercitare le proprie responsabilità per portare a compimento la propria vocazione.
La speranza cristiana diventa un impegno serio a cercare e a cogliere nel presente, soprattutto nella nostra vita, quegli elementi che sempre fanno ricominciare ciò che è vivo, per far diventare la nostra esistenza un laboratorio capace di rinnovare il mondo e la storia.
Siamo chiamati ad essere persone di speranza
Se c’è una cifra in cui il nostro tempo si riassume in modo emblematico, è il drammatico venir meno dell’orizzonte della speranza.
La vita appare schiacciata sul presente e sulle sue necessità.
Il futuro ha cessato di rappresentare una promessa capace di mobilitare desideri, energie, prospettive d’azione.
In un tempo come questo che stiamo vivendo, il cristiano non può sottrarsi al compito di tener viva la speranza, essenziale alla qualità del vivere.
S. Pietro nella sua prima lettera raccomanda ai cristiani che vivono in una società, per molti aspetti simile alla nostra, di rendere ragione della loro speranza.
Chi vi potrà farvi del male se voi siete sempre impegnati a fare il bene?
E anche se qualcuno vi fa soffrire perché fate il bene, beati voi!
Non abbiate paura di loro, non lasciatevi spaventare.
Piuttosto riconoscete nel vostro cuore che Cristo è il Signore.
State sempre pronti a rispondere a quelli che vi chiedono spiegazioni sulla speranza che avete in voi, ma rispondete con gentilezza e rispetto, con la coscienza pulita. In tal modo quelli che parlano male del vostro comportamento cristiano dovranno vergognarsi delle loro parole
Questa è la volontà di Dio: è meglio soffrire per aver fatto il bene che per aver fatto il male. (1Pt. 3,13-17)
La speranza contraddistingue il nostro essere cristiani ed è l’apporto principale che siamo chiamati a dare al mondo e alla situazione nella quale viviamo.
La speranza non è sempre facile da vivere
La speranza non è facile da vivere per nessuno ed è ancor meno facile mostrarla.
Da un lato il cristiano è certo che il Signore è venuto e che la sua morte e la sua risurrezione costituiscono il fatto risolutore della storia; dall’altro, però, il cristiano constata che la storia continua come prima: ancora l’ingiustizia, la sopraffazione, la dimenticanza di Dio, il peccato.
Nasce la domanda:
come vivere e testimoniare la speranza dentro questa realtà?
Racconta un’antica storia ebraica che, un giorno, alcuni discepoli riferirono al loro vecchio maestro di aver sentito che il Messia fosse già venuto.
Il maestro non rispose, ma aprì la finestra e guardò in strada, poi si girò e scosse il capo, dicendo: se il Messia fosse davvero venuto, il mondo sarebbe necessariamente diverso.
A questo giudizio del rabbino, il Vangelo risponde raccontando la parabola del seme (Vangelo di Marco 4,3-9): Ecco, il seminatore uscì a seminare. 4Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. 5Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; e subito germogliò perché il terreno non era profondo, 6ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. 7Un’altra parte cadde tra i rovi, e i rovi crebbero, la soffocarono e non diede frutto. 8Altre parti caddero sul terreno buono e diedero frutto: spuntarono, crebbero e resero il trenta, il sessanta, il cento per uno». 9E diceva: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
Il discepolo è chiamato a vivere una feconda tensione, spezzando la quale non comprenderebbe più sé stesso, né la storia che vive.
Il cristiano concretamente è chiamato a vivere nella storia la tensione tra il compimento e l’attesa, la pienezza del tempo e una storia che è tuttora incompiuta.
La grande svolta è avvenuta e Dio è fra noi, ma il suo Regno è deposto nella storia come un seme.
Il suo compimento è certo, esistono anche i segni, ma non è ancora manifestato pienamente.
Come testimoniare questa tensione nella storia?
Alla luce della speranza come leggere gli avvenimenti della storia e della nostra vita, , come affrontarli?
In una parola, che cosa significa impegnarsi e sperare, oggi, in un contesto che sembra continuamente lacerarsi e dentro una storia che sembra vanificare la venuta del Signore?
La Parola di Dio ci suggerisce due atteggiamenti.
Il primo atteggiamento è ricordarsi che ogni avvenimento è sempre, come dicevano i profeti, un giudizio di Dio.
Rifiutando il progetto di Dio, gli uomini immettono nella storia germi disgregatori e ne raccolgono i frutti.
Ma è un giudizio anche nel senso della salvezza: il crollo delle idolatrie, il male presente fa capire e permette al disegno di Dio di proseguire.
Il male che gli uomini compiono, rallenta il cammino della storia.
Dio spezza il tentativo di noi uomini di sbarrare la strada al suo futuro, facendo capire e rimuovendo l’ostacolo che impedisce al mondo futuro di affiorare
Il male al tempo stesso diventa punizione e bisogno di salvezza.
Paradossalmente il giudizio sul male presente nel mondo diventa segno di speranza.
Il secondo atteggiamento è tenere presente che le denunce, anche doverose, non bastano.
Il compito del cristiano è scoprire e indicare i germi di novità che aprono a una prospettiva e a un cammino di speranza.
La denuncia lasciata a sé stesso può generare scoraggiamento e rassegnazione.
Questo avviene tutte le volte che la denuncia è tale da generare un senso di impotenza anziché di coraggio.
La denuncia cristiana deve distinguersi proprio per la sua genialità del coniugare insieme critica e speranza.
A volte c’è l’impressione che nella comunità cristiana si è esperti e coraggiosi nel denunciare, nel sottolineare le cose negative, che non vanno, ma non altrettanto nel suscitare speranza.
La speranza cristiana è gratuita e concreta.
Il cristiano fonda la sua speranza nella memoria del Dio di Gesù Cristo.
Non una speranza che nasce dall’esterno della propria fede, ma dal di dentro.
Una speranza non misurata sulla facilità della meta, ma sulla grandezza della propria fede.
Il cristiano scorge la solidità della speranza, guardando in alto verso Dio, o guardando indietro verso la Croce di Cristo, non guardando in basso, o a lato verso gli uomini.
Così possiamo parlare di gratuità della speranza.
Tuttavia, la speranza ha anche bisogno di concretezza, di segni di speranza.
Qui torna in campo la comunità cristiana che è chiamata a farsi segno.
Segno dice qualcosa di visibile e di convincente, ma dice anche qualcosa che rinvia altrove.
È necessario il coraggio di farsi segno e la pazienza di attendere anche a lungo il compimento.
L’importante è ricordarsi che il segno è valido se è chiaro, non necessariamente grande. Anche piccole comunità possono essere segni.
La speranza richiede lo sguardo lungo
La speranza domanda il coraggio della pazienza che sa sopportare, che non si lascia piegare da nessuna difficoltà.
La speranza domanda il coraggio della magnanimità, dell’animo largo.
S. Giacomo (5,7) scrive ai suoi cristiani in difficoltà e dice: Siate pazienti, fratelli, e guardate il contadino: attende il frutto prezioso della terra pazientando finché riceve piogge autunnali e primaverili. Pazientate anche voi, rafforzate i vostri cuori perché la venuta del Signore è vicina.
L’uomo paziente è l’uomo che muove entro ampi orizzonti e sa attendere a lungo, come il contadino.
La speranza è affidata a un terreno la cui vitalità è nascosta.
L’attesa è lunga, ma anche certa.
Una volta gettato nel terreno, il seme cresce con certezza.
L’impazienza rende impossibile la speranza.
Gli impazienti non sono mai uomini di speranza.
A inceppare il cammino di qualsiasi rinnovamento non sono soltanto i così detti conservatori che tentano di portare il mondo all’indietro, ma anche gli impazienti che pretendono di forzare i tempi della maturazione del seme e questo a livello della comunità, ma anche a livello personale.
Concludiamo con le parole del profeta Isaia (60,1):
Alzati, rivestiti di luce.
È un invito a smetterla con la stanchezza, con le lamentele.
E’ un invito all’ottimismo, a uscire dal proprio angusto orizzonte, a rompere il cerchio delle proprie chiusure, a smetterla di ripiegarsi su se stessi.
Se appena si alza lo sguardo ci si accorge che c’è tutto un movimento.
Un duplice movimento: la luce di Dio che non manca mai e un popolo che è in cammino.
Due cose queste su cui tenere lo sguardo.
Occorre alzare lo sguardo, se non ci si scuote, se non si esce da stessi, dalle proprie cose, si corre il rischio di non vederle.
Non è il futuro il principio della speranza;
credo piuttosto che sia la speranza il principio del futuro.
La speranza è come la terra delle origini che non aveva strade;
è solo quando gli uomini camminano insieme,
verso la stessa direzione, che nasce una strada
(Monsignor Mario Delpini)
.Preghiamo con il Salmo 39:
Ho posto la mia speranza nel Signore: ho tanto sperato in Lui.
Egli si è chinato su di me, ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha liberato dalla paura, mi ha reso sicuro,
mi aiuta a cantare un canto di festa.
È veramente beato chi spera nel Signore,
e non sta dalla parte dei superbi.
Io ho deciso di fare la tua volontà:
la tua legge è nel profondo del mio cuore
Quante cose stupende hai fatto, mio Dio,
quali progetti a nostro vantaggio:
sono troppi per essere contati.
Ho detto a molte persone che sei veramente buono.
Mi sento debole, ma tu proteggimi, aiutami,
liberami da ogni male.
Tutti possano dire sempre che il Signore è grande.
Il Signore ha cura di ogni uomo,
è il nostro aiuto e il nostro liberatore