FORMARE ALLA CARITÀ
Intervento di Don Roberto Davanzo
Direttore Caritas Ambrosiana
1. Premessa
Riflettere sulla Caritas significa riflettere su una scelta pastorale fatta dalla Chiesa italiana e che porta a pensare alla Caritas come a qualcosa di non facoltativo, di non opzionale. Non è la descrizione di un movimento/organizzazione/... la Caritas è infatti l’organismo pastorale di base che la Chiesa italiana ha individuato per educare alla carità attraverso un certo modo di organizzare la carità.
Ciò significa realizzare una dimensione organizzativa/operativa ma con l’obiettivo di sostenere una crescita spirituale di tutta la comunità cristiana e di ogni credente.
Ciò che facciamo deve anzitutto educare noi stessi. Deve favorire il passaggio dal gesto di carità alla educazione della carità: ciò che viviamo non potrà mai pretendere di risolvere le diverse forme di povertà, ma deve favorire una crescita, deve animare ... noi stessi, le persone che incontriamo, le nostre comunità, la società tutta.
Nella storia di Caritas in Italia il tema della “formazione” alla carità è stato spesso tradotto con il concetto della “animazione”. Una “animazione” che potrebbe essere coniugata, per dirla con la grammatica, con un dativo e con un accusativo.
Se dico “animare ALLA carità” mi metto nella prospettiva di rivolgermi agli altri, di guardare fuori di me: chi opera nella carità abbia la comunità cristiana e civile come punto di arrivo della propria azione, affinchè siano contaminate dalle opere e dallo stile con cui sono realizzate.
Se dico “animare LA carità” penso anzitutto a me stesso, al mio modo di vivere la carità che non sarà mai definito una volta per sempre, perchè sia testimonianza di qualcosa d’altro, segno dell’amore di Dio per gli uomini.
Animare è
L’animazione è un percorso, un processo attraverso il quale coinvolgere i singoli e la comunità intera affinché si realizzi una “conversione” del cuore e si producano alcuni passaggi: dal dono di cose o di soldi, esteriori a sé, alla prestazione di attività che impegnino le persone, fino alla condivisione della propria vita con la vita dei poveri. In altre parole potremmo dire che è il passaggio dalla beneficenza alla carità, che inevitabilmente diviene criterio di discernimento per ogni scelta, personale e comunitaria.
La carità evangelica, poiché si apre alla persona intera e non soltanto ai suoi bisogni, coinvolge la nostra stessa persona ed esige la conversione del cuore. Può essere facile aiutare qualcuno senza accoglierlo pienamente. Accogliere il povero, il malato, lo straniero, il carcerato è infatti fargli spazio nel proprio tempo, nella propria casa, nelle proprie amicizie, nella propria città e nelle proprie leggi. La carità è molto più impegnativa di una beneficenza occasionale: la prima coinvolge e crea un legame, la seconda si accontenta di un gesto.
(cfr. n. 39, “Evangelizzazione e testimonianza della carità”, CEI 1990)
2. La prospettiva animativa
Il compito educativo, animativo, culturale della Caritas non è certo una novità. Paolo VI nel 1972 in occasione del primo convegno nazionale delle Caritas diocesane ricordava: “Al di sopra di questo aspetto puramente materiale della vostra attività emerge la sua prevalente funzione pedagogica, il suo aspetto spirituale che non si misura con cifre e bilanci, ma con la capacità che essa ha di sensibilizzare le chiese locali e i singoli fedeli al senso e al dovere della carità in forme consone ai bisogni e ai tempi.”
Animare la comunità alla carità non significa in primo luogo fare attività o progetti, ma aiutare ad una integrazione dello stile della giustizia e della carità nel proprio modo di agire e nell’insieme delle proprie attività.
Più che mai in questo contesto culturale e sociale compito primario della Caritas è quello di vedere e di “far vedere” i poveri.
Mettersi nella prospettiva dell’animazione significa non solo “fare bene il bene”, ma farlo perchè faccia bene, consapevoli che la tentazione prima di ogni operare caritativo è quella di accontentarsi della ricerca delle soluzioni ai bisogni, senza preoccuparsi delle ricadute educative delle nostre azioni.
L’impegno è di ravvivare le ragioni della carità nella ordinarietà della vita, attraverso la pedagogia dei fatti e secondo uno stile di animazione.
Pedagogia dei fatti significa educare attraverso esperienze concrete, attraverso servizi, opere, capaci di esprimere la cura, la vicinanza, della Chiesa e che sappiano anche creare una opportunità di incontro.
Per poter essere segno di questa cura le nostre opere, i nostri servizi non devono rimane al di fuori della comunità stessa ma devono diventarne il cuore.
Servizi come “opere-segno”:
segno per i poveri d’un Dio che è amore, accoglienza e perdono;
segno per i cristiani di come essere fedeli al Vangelo;
segno per il mondo di che cosa sta a cuore alla Chiesa
(cfr. n. 36, “Lo riconobbero nello spezzare il pane” documento di Caritas Italiana del 1995).
Ciò significa anche creare le sinergie tra le varie espressioni presenti sul territorio, ad esempio associazioni o cooperative impegnate nei vari servizi.
Lo stile che deve contraddistinguerci è uno stile di animazione.
3. Le condizioni per una carità autentica
3.1 Tre icone evangeliche e una pagina di san Paolo per dire la “pericolosità” dell’idea di carità secondo il Vangelo
[Agostino] una volta descrisse così la sua quotidianità: « Correggere gli indisciplinati, confortare i pusillanimi, sostenere i deboli, confutare gli oppositori, guardarsi dai maligni, istruire gli ignoranti, stimolare i negligenti, frenare i litigiosi, moderare gli ambiziosi, incoraggiare gli sfiduciati, pacificare i contendenti, aiutare i bisognosi, liberare gli oppressi, mostrare approvazione ai buoni, tollerare i cattivi e [ahimè!] amare tutti ». « È il Vangelo che mi spaventa » – quello spavento salutare che ci impedisce di vivere per noi stessi e che ci spinge a trasmettere la nostra comune speranza. (Spe salvi n. 19)
3.2 Che significa vivere e organizzare la carità nella forma elaborata dalla Caritas (almeno in Italia)? Quali le caratteristiche peculiari di questo modo di servire i poveri e quindi di vivere la fede?
Ferma restando anzitutto la dimensione pedagogica dell’essere Caritas, possiamo ragionare su questi ingredienti che qualificano il servire i poveri al modo della Caritas. Si tratta di aspetti che vanno tenuti assieme e che non sono selezionabili arbitrariamente.
3.3 Un servizio che duri nel tempo e l’impegno politico. Lo stile del dono porta infine ad orientare il proprio impegno a favore dei poveri elaborando progetti a medio-lungo termine, che orientino sempre più nel senso della giustizia e della solidarietà le strutture della società, individuando tutte le mediazioni necessarie a questo scopo e proponendo soluzioni alternative che possano essere recepite nella legislazione.
Le politiche sociali dovrebbero porsi l’obiettivo di realizzare un’effettiva uguaglianza di opportunità fra tutte le persone, di sviluppare la solidarietà fra tutti i cittadini e di assicurare una reale cittadinanza.
Come Caritas dobbiamo consolidare l’impegno di essere presenti là dove è in gioco la tutela dei poveri, per dare voce a chi non riesce a farsi sentire, per introdurre prospettive di advocacy e di tutele di giustizia e non solo assistenziali.
4. Per concludere
In questo contesto di cambiamenti anche a livello diocesano, pensiamo alla realtà delle comunità pastorali, siamo particolarmente sollecitati a vivere e a promuovere uno stile di collaborazione e di comunione. Anzitutto al nostro interno: è non solo auspicabile ma necessaria una sempre maggiore collaborazione e sinergia (ad esempio) tra Caritas e Centri di ascolto proprio per essere presenza attiva e propositiva all’interno della comunità e per aiutare sempre più e meglio l’intera comunità a conoscere e a farsi carico delle situazioni di bisogno.
Educare alla carità secondo lo stile della comunione-collaborazione-corresponsabilità.
Elemento comune che deve caratterizzare oggi la Caritas: la capacità di relazione. Essere uomini e donne capaci di comunione, capaci di relazione, capaci di collaborazione.
Fondamentale è una capacità di dialogo, di mettersi cioè in relazione: Paolo VI nell’enciclica Ecclesiam suam (1964) ci ricorda alcune caratteristiche fondamentali. Un dialogo chiaro, mite, non pungente, non offensivo, pacifico, paziente, capace di promuovere fiducia (cfr. n. 47).
Promuovere la riscoperta e la riattivazione di relazioni e forme di solidarietà spontanea fra membri di una stessa comunità, che i contesti abitativi e i ritmi di vita odierni hanno forzatamente ridimensionato. Riscoprire un vicinato solidale che le vecchie case di ringhiera in qualche modo favorivano e garantivano. La fatica nel chiedere aiuto, così come nell’offrirlo nei luoghi naturali e spontanei di vita, è frutto di barriere relazionali nate dall’esasperazione di un ideale di autosufficienza quale forma unica e incontestabile di realizzazione personale.
Promuovere la riattivazione di queste reti significa facilitare la riscoperta della bellezza dell’incontro, dell’accoglienza e del servizio come parte integrante del proprio essere, trasformandoli in risorsa propria dei luoghi in cui si abita e nella normalità delle proprie relazioni.