
Catechesi adulti:
UNA COMUNITÀ CHE EDUCA
Una catechesi sull’educare
21.02.2013
Dopo esserci messi in ascolto di Dio educatore alla scuola della Parola di giovedì 7.02.2013, questa sera, sempre guidati dalla Parola di Dio, vogliamo vedere che cosa la comunità cristiana deve fare per essere una comunità che educa. Quando parliamo di comunità parliamo di tutti noi insieme e di ciascuno di noi presi singolarmente. È una riflessione che ci coinvolge.
Educare è cosa del cuore
S. Giovanni Bosco diceva: “Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l’arte, e non ce ne mette in mano le chiavi: Chi sa di essere amato, ama, e chi è amato ottiene tutto, … i cuori si aprono e fanno conoscere i loro bisogni e palesano i loro difetti … “
Una comunità educa quando considera i ragazzi, la gente molto importanti e fa loro sperimentare la gioia che sono amati
“Il Padre vuole che nessuno di questi piccoli vada perduto “ ( Matteo 18,14)
Ciò che sta cuore a Gesù e che consegna agli undici in Galilea, dopo la risurrezione, prima di ritornare al Padre, è: “fate discepoli”.
Nel discorso della montagna (Mt. 5-7) Gesù dice che essere suoi discepoli vuol dire diventare poveri, mansueti, misericordiosi, puri di cuore, essere assetati di giustizia, costruttori di pace … In una parola essere discepoli non è tanto assimilare una dottrina, ma mettersi in cammino per seguire Gesù, cioè per dare alla nostra vita i contorni della vita di Gesù, vivere come lui amando Dio e i fratelli.
Le tre tappe della strada dell’amore sono
1) Passare da un amore ordinario a un amore radicale: perdona il tuo nemico, … prega per chi ti fa del male, … fa del bene a chi ti fa del male, Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra tu presentagli anche l’altra… (Mt. 5 38 ss; Lc. 6, 27 ss)
2) Passare da un amore reciproco a un amore gratuito: se ami soltanto quelli che ti amano, … o se fai del bene soltanto a quelli che ti fanno del bene, … come potrà Dio essere contento di te … o se presti denaro soltanto a quelli dai quali speri di riaverne, come potrà Dio essere contento (Lc. 6, 32 ss)
3) Passare da un amore tribale a un amore universale: andate in tutto il mondo e portate la bella notizia del Vangelo a tutti: (Mc.16,15ss)
La comunità cristiana come il Samaritano
La comunità cristiana per educare deve mettersi sulla strada , cercare il volto di ogni fratello ( il tuo volto fratello io cerco, non nascondermi il tuo volto); farsi prossimo come Gesù nella parabola del Samaritano.
“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre.
Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno” . (Lc. 10, 30-35)
Gli undici verbi del farsi prossimo
Nella parabola ci sono undici verbi sono le undici azioni da compiere per farsi prossimo come Gesù.
1. Era in viaggio.
Un Samaritano era in cammino. Per educare occorre mettersi in cammino. Non si educa stando seduti, piangere sui tempi difficili, lasciarsi prendere dalla sfiducia. Occorre mettersi sulla strada della Gerusalemme - Gerico.
Gerusalemme è la città della contemplazione, del Tempio, della preghiera, del rapporto con l’Assoluto, dell’Ultima Cena, dove si consuma la morte del Signore, il luogo della risurrezione, della Pentecoste.
Gerico è la città dell’azione, della concretezza, della vita quotidiana, della cronaca nera, che ha per protagonisti dei briganti.
La Gerusalemme - Gerico è la strada su cui la fede interseca la storia, la speranza incrocia la disperazione, la carità imbatte la violenza.
2. Gli passò accanto.
Passare accanto significa rispettare i volti uguali e distinti delle persone.
Passare accanto significa prendere atto della presenza di tutta la gente, perché non tutti si identificano con i nostri gruppi
Passare accanto significa rispettare le minoranze …
Passare accanto significa non fare opera di accaparramento, di proselitismo
Passare accanto è prendere coscienza della presenza dell’altro come diverso da me, altro da me
3. Lo vide.
La comunità deve vedere, deve essere come un osservatorio sul territorio; non deve vedere solo quelli che vengono.
Vedere vuol dire prendere coscienza della presenza, della vita, situazione concreta del territorio dove siamo
Vedere vuol dire conoscere i problemi, le difficoltà, i loro bisogni veri … quello che c’è nel cuore delle persone. .
Vedere vuol dire mettersi in ascolto delle persone, essere accoglienti.
4. Ne ebbe compassione.
Il testo greco indica le viscere, il cuore.
Il samaritano è figura di Gesù che ebbe compassione …la comunità deve avere compassione, cioè un amore che nasce dal profondo del cuore
Avere compassione è lasciarci coinvolgere nella vita delle persone; non rimanere indifferenti, voler bene loro veramente
Avere compassione è provare indignazione per la solitudine, l’abbandono in cui spesso le persone si trovano.
5. Gli si fece vicino.
E’ tipico della comunità cristiana farsi vicino alla vita delle persone.
Farsi vicino vuol dire condividere quello che abbiamo, il nostro tempo, le nostre capacità, le nostre energie ...
Farsi vicino vuol dire cercare di condividere; credere che la vita va spesa, non conservata; coltivare una grande gratuità
Farsi vicino vuol dire, fare come Gesù da ricco che era si è fatto povero per voi (2 Cor.8,9), Se non diventerete come bambini…(Mt. 18, 3)
6. Gli fasciò le ferite.
Come il Samaritano bisogna cogliere l’ora giusta, il momento opportuno
Fasciare le ferite vuol dire non perdere tempo, intervenire al momento giusto, prestare le cure immediate.
E’ vero che bisogna andare alla causa dei mali, occorre conoscere i meccanismi perversi che generano sofferenze e povertà, comportamenti sbagliati.
E’ vero che bisogna in tanti casi chiedere aiuto e stimolare presenze competenti; ma intanto occorre tamponare e fasciare le ferite, non perdere tempo, prestare le cure del pronto soccorso
7. Versò vino e olio.
L’olio e il vino manifestano la precarietà: non sempre è possibile risolvere tutti i problemi: il samaritano è costretto a versare olio e vino, a mettere il ferito sul suo giumento e portalo alla locanda.
Però in tutto questo vi è un grosso insegnamento: versare olio e vino non risolve i problemi, ma cambia la mentalità.
Con questi gesti di accoglienza, di attenzione .. si comunica fiducia, si fa capire che non esistono casi veramente irrecuperabili, fin quando si rimane nel terreno della vita.
8. Lo caricò sul suo giumento.
È prendere coscienza che da soli non si riesce, che occorre mettersi insieme, creare e cercare collaborazioni .
Infatti non basta il buon cuore, occorre anche il buon cervello.
E’ necessario trovare nella comunità momenti di riflessione, di analisi, di confronto serio sulle tante situazioni per vedere come intervenire.
9. Lo portò alla locanda.
La locanda è la comunità degli educatori.
Dice il Card. Martini in “Itinerari educativi, n. 67: L’oratorio realizza il progetto educativo attraverso la comunità degli educatori che accompagnano i più giovani verso la maturità cristiana. Essa nasce nella comunità della parrocchia, dalla quale è convocata, formata, educata e inviata nella missione di evangelizzare ragazzi e giovani, e con la quale tiene rapporti di costante riferimento e confronto.
10. E si prese cura di lui.
E’ l’ultimo verbo del Samaritano. E’ bellissimo.
E’ il verbo che qualifica, che fa risaltare il volto della comunità cristiana, e nella comunità cristiana, il volto dell’oratorio.
“Mi sta a cuore” è la scritta che don Milani ha messo all’ingresso della scuola di Barbiana. Se i ragazzi non stanno a cuore all’oratorio, non si dà loro niente.
Non basta aprire le porte dell’oratorio, non basta dare un pallone, non basta che i ragazzi siano presenti … Occorre il nostro tempo, soprattutto il nostro cuore perché il tetto, da solo, non copre, come il pallone da solo non comunica gioia, se non c’è un po’ di alito umano. I ragazzi devono capire che l’oratorio è abitato da un cuore che educa.
“Mi sta a cuore” è quella attenzione che fa sentire che nessuno è uno sconosciuto, ma tutti sono conosciuti per nome perché tutti sono desiderati e chiamati a dare il meglio di sè.
Il Signore guarda le stelle e le chiama per nome, ad una ad una, ed esse rispondono: “Eccomi”, brillando di gioia.
11. Il giorno dopo estrasse due denari.
Il prezzo che l’impegno educativo domanda è il tempo.
Il Samaritano ha perso del tempo, arrivando il giorno dopo.
Se non si dà tanto tempo non si educa nessuno.
Conclusione
Non dobbiamo dimenticare che educare è difficile, educare è possibile, educare è cosa del cuore, ma soprattutto educare è bello.
don Enrico