Testimoni del Risorto: una missione senza confini - SdP Nov. 2014

Catechesi adulti

Scuola della Parola
TESTIMONI DEL RISORTO:
UNA MISSIONE SENZA CONFINI

SCUOLA DELLA PAROLA N. 1
Sugli Atti degli Apostoli

06.11.2014

Introduzione.
Nella scuola della Parola di quest’anno ci facciamo guidare dal libro degli Atti degli Apostoli: vogliamo guardare alla Chiesa degli Apostoli con l’intenzione di continuare un cammino che ci coinvolge in prima persona e coinvolge la nostra comunità

Questa sera ci soffermiamo su Atti 1, 1-11.

Che cosa dice e che cosa ci dice questo brano?

Tutto quello che Gesù fece e insegnò.
            Ci mettiamo in ascolto non semplicemente di una serie di fatti, per quanto significativi, ma vogliamo contemplare l’opera di Dio, l’azione dello Spirito che in modo particolare ha accompagnato il nascere della Chiesa e il diffondersi del Vangelo. Vogliamo entrare in questa storia, riviverla per scoprire che tutto questo accade ancora oggi e anche per imparare come edificare la Chiesa oggi, come permettere allo Spirito di continuare ad essere il primo e il vero protagonista della missione. Questo ci chiede di essere non solo spettatori, ma attori della corsa che ancora oggi la Parola va compiendo nella storia.
            S. Luca fin da subito ci ricorda che il centro vitale della Chiesa, il punto di riferimento di chi si riconosce discepolo e annunciatore del Vangelo è Gesù, la sua persona, tutto quello che lui ha fatto e insegnato.
            Non c’è altro da sapere, non c’è altro da comunicare, solamente “tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo”
La memoria custodita e rinnovata della vita di Gesù è il punto di partenza e il punto di arrivo della vita e della missione della Chiesa. Si tratta della vita, del racconto del suo insegnamento, non di idee o di ragionamenti su Gesù …

Il racconto di una vita.
            La vita e l’insegnamento di Gesù non sono separabili: la sua vita è il suo insegnamento e la sua dottrina coincide non tanto con un “sapere”, ma con una vita da scegliere, da seguire, una persona dietro la quale mettersi in cammino. Gesù è maestro di vita. Il discepolo deve scegliere il maestro dal quale lasciarsi ammaestrare e voler seguire.
Il Vangelo non può essere ridotto a un ideologia, né a una morale; il Vangelo è la persona stessa di Gesù, tutto ciò che la sua vita è stata, “tutto ciò che fece e insegnò”. Una vita non si discute, né si può riscrivere; una vita rimane nel tempo, segna una via, è la via del discepolato.
La vita di Gesù può e deve essere raccontata: questo è l’annuncio.
Il destinatario è Teofilo, cioè colui che ama Dio, colui che si è messo nella disposizione di accogliere la rivelazione, l’amore di Dio
Il racconto degli Atti degli Apostoli che S. Luca fa, è comprensibile a coloro che hanno fatto nei confronto di Dio, un passo, che si sono messi allo scoperto, che si sono aperti al suo amore.
Gesù è il Verbo, la Parola che il Padre da sempre ha pronunciato: questa Parola ora risuona attraverso un nuovo racconto.
S. Luca si accinge a scrivere un secondo racconto, dopo il Vangelo, un racconto che, però, non si è ancora concluso, perché il Vangelo è continuato con gli Atti degli Apostoli, ma continua ad accadere.
Noi siamo questo racconto che continua. Il libro degli Atti degli Apostoli è un libro aperto: la Chiesa oggi, noi continuiamo questo libro …

Attendere l’adempimento della promessa del Padre.
            Lo Spirito guida, accompagna, sostiene, illumina il cammino della Chiesa nascente. Lo Spirito è il vero protagonista degli Atti degli Apostoli.
Ecco allora l’icona della Chiesa che S. Luca ci presenta all’inizio degli Atti: una comunità radunata attorno a Gesù, ne riascolta la Parola e ne comprende le promesse, attende il dono dello Spirito e si predispone alla missione.
Gli ingredienti della  missione della Chiesa sono: la presenza del Signore, la memoria della sua Parola, l’effusione dello Spirito.
            La promessa della forza dello Spirito che viene donato ci permette di riconoscere e accettare tutto ciò che in noi è fragilità, debolezza, contraddizione; non abbiamo più bisogno di nasconderlo o negarlo.
Vivere nella Chiesa e vivere la missione è allora contemporaneamente esperienza di forza e debolezza.
Chi ci promette la sua forza, sa che le nostre debolezze ci appartengono; chi ci promette la sua forza, sa bene con chi ha a che fare; chi ci promette la sua forza ci ricorda che questo è un dono per l’annuncio del Vangelo.
La forza dello Spirito in noi è per la testimonianza del Vangelo.

Di me sarete testimoni.
            Alla promessa dello Spirito c’è la domanda degli Apostoli: “è questo il tempo nel quale ricostruirai il Regno per Israele?” È una domanda che mette in evidenza lo scarto tra ciò che intendiamo noi e ciò che intende Dio, tra le nostre attese e le promesse di Dio.
Gli Apostoli si aspettano che finalmente Gesù Messia, vincitore della morte possa restaurare il Regno di Israele, cioè lo splendore del regno di Saul, Davide e Salomone, ma tra il Regno di Israele  e il Regno di Dio c’è una bella differenza.
            C’è sempre uno scarto tra le nostre attese e le promesse di Dio: Dio non realizza le nostre attese, piuttosto compie le sue promesse, compie il suo Regno.  È questo paradosso che ci lascia sempre spiazzati, delusi, perché non corrisponde a ciò che ci eravamo prefigurati.
Certo quando preghiamo diciamo “venga il tuo Regno, ma ovviamente intendiamo i nostri sogni, i nostri progetti. Dio dunque delude, non può che deludere fintanto che restiamo attaccati alla nostra visione, alle nostre convinzioni.
Anche i discepoli Emmaus erano delusi.
Nel nostro racconto Gesù risponde spostando l’accento sulla possibilità di conoscere i tempi di Dio: “Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere “
            I tempi restano nella mani di Dio; ai discepoli, invece, sarà donata la forza  dello Spirito in vista della testimonianza.
            L’oggetto della testimonianza è una persona, non una dottrina o un sistema di principi morali: “di me sarete testimoni”.
Gesù manda i suoi, manda noi, non a diffondere il suo messaggio, ma a rendere presente la sua persona attraverso la vita cristiana che la comunità dei suoi discepoli può rendere visibile.
Essere testimoni significa questo, non tanto parlare di Lui, anche se a volte può servire; non ad accontentarci di riportare il suo insegnamento, pure questo a volte aiuta, ma a vivere la sua vita, tra fratelli. Questo è il mandato di Gesù ai suoi, a noi, discepoli di oggi.
Per il testimone è la vita a parlare. La vita grida sempre più forte delle parole.
Il Signore non si accontenta di affidarci un compito, per quanto alto e significativo, ci consegna un mandato per il quale dobbiamo mettere in gioco la vita.. Questo si attende il Signore da noi, questo ci è chiesto, questa è la missione.

Una missione senza confini.
            Gesù sottolinea anche la misura della missione: una misura oltre ogni misura: “fino ai confini della terra”
I confini della terra, prima che essere geografici sono esistenziali.
Nessuna zona umana dell’esistenza è dimenticata o giudicata inaccessibile all’amore di Dio. Un Dio senza confini chiede una missione senza misura, senza barriere di alcun tipo.
            Anche se siamo sempre tentati di ricostruire steccati o barriere, anche se corriamo continuamente il rischio di rimettere sempre nuovi “confini” al Vangelo, questo mandato di Gesù ci costringe ogni volta ad andare oltre, ad abbattere barriere e censure che sono innanzitutto nel nostro cuore.
            Quando Gesù ci indica che il confine è sempre spostato più in là, questo deve inquietarci, non può lasciarci tranquilli.
C’è sempre un oltre da raggiungere, c’è sempre un confine da varcare, nelle relazioni umane, nelle situazioni esistenziali, anche in quelle che continuiamo a giudicare sbagliate, irregolari, fuori schema.
            Il testo degli Atti degli Apostoli sottende anche una prospettiva dinamica geografica della testimonianza: “di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, fino agli estremi confini della terra”.
Attorno a questo ordine S. Luca organizza il  racconto del Vangelo e degli Atti degli Apostoli.
Il Vangelo mette in scena Gesù che dalle rive del lago di Galilea intraprende il suo viaggio fino a Gerusalemme ( Vangelo di Luca è costruito attorno al viaggio che Gesù fa verso GerusalemmeI. Nel testo degli Atti il viaggio riprende da Gerusalemme, attraverso la Galilea e la Samaria fino ai confini della terra, i confini di ogni esistenza e di ogni cuore umano.

Perché state a guardare il cielo?
            Il brano si conclude con il racconto dell’Ascensione. Dopo aver dato il mandato ai suoi una nube sottrae Gesù ai loro sguardi. La comunità dei discepoli è la nuova visibilità che il Signore sceglie di abitare.
Ma a questo i suoi non sono ancora pronti.
C’è allora la domanda che due uomini in bianche vesti pongono ai discepoli smarriti e incapaci di andare oltre: “perché state a guardare il cielo?”
È una domanda importate sottende e suggerisce un’indicazione preziosa, relativa alla direzione del nostro sguardo, cioè “da che parte guardiamo”, dove cerchiamo la presenza del Signore? Da che parte ci aspettiamo di vederlo, di riconoscerlo, di vederlo tornare?”
            Guardare dalla parte giusta ci permette di evitare inutili attese e pesanti delusioni.
Non è tanto il cielo, anche se Gesù ci ha detto di pregare il Padre che sta nei cieli, quanto piuttosto la terra, la terra abitata da uomini: questo è il luogo in cui il Signore risorto si manifesta, si rende riconoscibile.
È la storia la direzione verso la quale guardare, la terra e non cielo.
La terra perché il Signore risorto continuerà a camminare sulle strade degli uomini insieme a coloro che annunceranno il Vangelo;  la terra perché il Signore è in mezzo ai suoi riuniti nel suo nome; la terra perché il Signore continua a cercare coloro che su questa terra si perdono.
Di lì verrà ogni giorno e quando ogni cosa si compirà.
Il discepolo è colui che vive un’attesa che lo rende capace di stare “con i piedi per terra”, di puntare lo sguardo nella direzione dei fratelli, di scorgere, proprio in quella direzione, il ritorno quotidiano del Signore nell’attesa del ritorno definitivo.
Anche la comunità che celebra la Pasqua del Signore vive esattamente questa tensione: annuncia la  morte e proclama la risurrezione del Signore Gesù, e vive nell’attesa della sua venuta. Il suo ritorno è anticipato già ora nel rito della Messa e nella comunità radunata, ma pienamente compiuto al termine della storia.  Nella comunità che si raduna Gesù assicura la sua presenza.

Tre domande per riflettere su tre prospettive della vita cristiana:
1) Nella chiamata ad essere testimoni e ad andare oltre ogni confine:
            quali grazie da parte di Dio, quali doni riconosco per me?
            Di grazie al Signore
2) Quale conversione mi è chiesta?
            Quale cambiamento di mentalità mi è richiesto?
            Chiedilo al Signore?
3) Quale stile di vita mi viene suggerito?
            Davanti al Signore decidi un impegno possibile.