
22 marzo 2018
Sono venuto per servire e dare la vita
La Settimana Santa
Ci prepariamo alla settimana santa meditando il racconto della lavanda dei piedi. Questo racconto svolge nella trama del quarto Vangelo un ruolo simile a quello dell’Eucaristia nei Vangeli sinottici, cioè rivelare il senso della passione imminente e tracciare la strada della Chiesa nel mondo.
La narrazione di questo episodio si trova all’inizio della seconda parte del Vangelo di Giovanni ed è seguita dai discorsi di testamento o discorsi dell’ultima Cena ( Gv. 13-17) che raccolgono gli insegnamenti rivolti principalmente ai discepoli.
Tutti i Vangeli ricordano che Gesù parlava sia alla folla che ai discepoli, ma spesso nei Sinottici i due insegnamenti si mescolano.
Giovanni fa una scelta diversa: fino al capitolo 12 Gesù parla al pubblico, ma nei capitoli 13-17 il Maestro si concentra sul piccolo gruppo dei discepoli.
La direzione si fa più precisa.
Il genere “testamento” è noto nella Bibbia. Lo possiamo descrivere così: quando un maestro sta per partire o per morire raduna i discepoli, dà loro gli ultimi consigli, li avverte dei pericoli che incontreranno e riassume il centro del suo messaggio.
In questi capitoli c’è l’essenza del messaggio di Gesù, gli avvertimenti che i discepoli non devono mai dimenticare, gli atteggiamenti che devono assumere, i pericoli che incontreranno.
Sono discorsi ecclesiali, comunitari e ci aiutano a cogliere l’originalità del cristianesimo.
La lavanda dei piedi
Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine ( Gv. 13,1)
Questo versetto introduce tutta la seconda parte del Vangelo dove vengono riportati i discorsi di addio, la passione, la risurrezione.
“Prima della festa di Pasqua”: Giovanni ama raccontare la vita di Gesù quasi in parallelo con la liturgia giudaica, con le feste del calendario, con riferimento al Tempio.
L’idea che soggiace pare essere questa: la vera liturgia è Gesù, non quella delle feste; il luogo liturgico è l’esistenza.
Nel culto ebraico il luogo liturgico centrale è la storia di Dio con il suo popolo.
Nel Nuovo Testamento viene rimarcato con forza che il luogo dell’incontro, della rivelazione, dalla salvezza è l’esistenza di Gesù. Il culto liturgico, per essere vero, deve rinviare alla vita, quella di Gesù e la nostra.
La settimana santa è la celebrazione dell’ultima settimana della vita di Gesù.
I Sacramenti sono la celebrazione della nostra vita vissuta insieme a Gesù, alla sequela di Gesù, non sono dei riti sacri a sé stanti, fine a se stessi. Il Battesimo è la celebrazione della vita che rinasce in Gesù.
La Cresima è la celebrazione della chiamata a vivere una vita adulta nella fede, cioè a diventare con la nostra vita discepoli e testimoni con il dono dello Spirito.
La Confessione è la celebrazione della vita amata, perdonata, incoraggiata perché viva rapporti belli, fraterni, di pace, di perdono.
L’Eucaristia è la celebrazione della vita che, in comunione con Gesù e con la sua Parola, va spesa, donata.
L’Unzione degli infermi è la celebrazione del momento della sofferenza perché sia trasformato e vissuto nell’amore:
Il matrimonio è la celebrazione dell’amore dell’uomo e della donna perché diventi come l’amore di Gesù per la sua Chiesa, un amore totale, unico, misericordioso e fedele.
L’ordine è la celebrazione della vita data, come quella di Gesù, per servire Dio e i fratelli…..
“Sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre …” Gesù va liberamente incontro a qualcosa che conosce.
La Croce è vista come passaggio consapevole, un cammino cosciente dal mondo al Padre, una salita, un’ascensione.
La croce è vista come innalzamento, come vittoria.
“Avendo amati i suoi li amò sino alla fine”. Qui è riassunta tutta la vita di Gesù: l’amore per i discepoli fino alla croce.
Giovanni riassume tutta la vita di Gesù nella categoria dell’amore.
L’espressione “fino alla fine” indica una caratteristica di questo amore: la totalità.
“Sino alla fine” non vuol dire solo fino all’ultimo respiro, ma fino alla perfezione, al massimo di profondità. L’amore umano non è solo gratuità e dono di sé, ma è anche affettuosità e slancio.
Ciò che avviene non è casuale, imprevisto, senza senso: rientra nel piano di Dio ed è voluto.
“Avendo amato i suoi”. L’accento è posto sull’amore fra Gesù e i suoi, cioè sulla comunità.
Il Vangelo di Giovanni ripete con più frequenza il comandamento di amare i fratelli rispetto al comandamento di amare Dio, quasi che il secondo sia implicito nel primo.
Il gesto
Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che, venuto da Dio e a Dio ritornava (Gv. 13,2-4)
Innanzitutto viene sottolineato un duplice contrasto: quello fra il tradimento di Giuda e l’intensità e fedeltà dell’amore di Gesù che giunge sino alla morte e quello tra la consapevolezza che Gesù ha della sua origine, della sua dignità e del suo ritorno al Padre e il suo servizio da schiavo.
Alla luce di questo duplice contrasto, la lavanda dei piedi diventa un segno rivelatore del paradosso dell’Incarnazione..
Il gesto che Gesù compie è diverso e al di fuori degli usi del tempo.
Uno schiavo poteva essere incaricato di lavare i piedi agli ospiti del padrone. A volte lo faceva il padrone stesso in segno di particolare rispetto per gli ospiti, Ma questo avveniva sempre prima della cena.
Gesù lava i piedi durante la cena.
Un gesto del tutto insolito che suggerisce di osservarlo in modo del tutto nuovo, cioè come un gesto di rivelazione, non come un semplice servizio o un gesto di ospitalità.
È insolito il gesto e insolito il suo significato
Si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se le cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli ed ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto” (Gv. 13,4-5)
Ciò che colpisce subito di questo brano è come Giovanni si soffermi a lungo sul gesto della lavanda dei piedi descrivendo nei particolari i gesti che Gesù compie.
Sono gesti che hanno un valore rivelativo.
Svelano chi è Gesù.
Meglio ancora: rivelano la figura di Dio che Gesù è venuto a mostrare.
Non si tratta semplicemente di un gesto di umiltà, o di buon esempio che insegna ai discepoli ad amarsi l’un l’altro.
Lavando i piedi ai discepoli non ha nascosto la sua grandezza divina, ma l’ha rivelata: una grandezza che, a differenza di quella che gli uomini immaginano, è fatta di amore, di servizio e di umiltà.
La grandezza che si manifesta elevandosi, distanziandosi, facendosi servire anziché servire, l’hanno inventata gli uomini.
È una brutta grandezza.
La grandezza del Figlio di Dio che lava i piedi è invece qualcosa di sorprendente e bellissimo.
Una grandezza capovolta e paradossale, e tuttavia profondamente vera.
Gesù non compie il suo gesto di servizio nonostante la consapevolezza della propria dignità, ma lo compie proprio perché ne è consapevole.
Questo gesto non offusca la sua dignità, ma la rivela: come avverrà, appunto, sulla croce.
Il servizio, espresso con il gesto della lavanda dei piedi, è il modo umano, quindi visibile e comprensibile, di rivelare la signoria di Dio, manifestandola come amore e non come dominio.
Il fatto che si tratti di un’azione visibile indica che l’amore non rimane un moto interiore dell’anima, ma si deve tradurre in gesti concreti.
I nostri gesti liturgici dovrebbero essere parlanti.
La settimana santa è la celebrazione della signoria di Dio fatta di servizio e di umiltà, di amore gratuito capace di dono anche se tradito
Se noi nel mondo vogliamo essere segno della signoria di Dio dobbiamo ripetere la lavanda dei piedi.
Noi tante volte, per esprimere la signoria di Dio, rischiamo di riprodurre quella dei signori del mondo, perdendo la verità rivelata nel Vangelo.
La frase: “sapendo che il diavolo aveva messo nel cuore di Giuda Iscariota di tradirlo” (Gv. 13,2) dice qualcosa in più: il simbolo del servizio, dell’amore, del dono di sé e della Croce si esprime in un contesto di rifiuto e di tradimento.
Il dono di sé è avvenuto nella consapevolezza di essere abbandonato.
L’amore gratuito sta in piedi anche se l’altro non corrisponde
Vi ho dato l'esempio
Con questo gesto Gesù rende visibile la logica di amore e di servizio, di dono che ha guidato tutta la sua esistenza, ci dice tutta la sua dignità e quale è il volto di Dio.
Se nel mondo vogliamo essere segno di Dio ora sappiamo che cosa fare.
La comunità cristiana è invitata a ripercorrere la strada del servizio.
La grandezza della Chiesa si visibilizza nel servizio.
L’amore reciproco è il segno distintivo dei discepoli.
L’uomo non cerca altro nella sua vita, se non essere accolto e accogliere.
La risposta all’amore di Dio non è immediatamente amare Lui, ma estendere l’amore ai fratelli.
Il segno che si accoglie l’amore di Dio è che il suo amore si espande.
Non possiamo dirci davvero cristiani se, insieme alla fede nel Regno, non ci impegniamo a contrastare le ingiustizie…
Non possiamo dirci davvero cristiani se non ci avventuriamo nell’agitato mare della storia e, uscendo dai luoghi sacri, consacriamo quelli più deserti, periferici, abbandonati.
Non possiamo dirci davvero cristiani se non stiamo dalla parte dei poveri denunciando chi li sfrutta, li umilia, li respinge. (don Ciotti)
Una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo. (Papa Francesco)
La Chiesa è per il mondo, non per se stessa ( Tonino Bello)