
Catechesi adulti:
SE NON VI MANTERRETE FEDELI
NON RESTERETE SALVI
20 novembre 2012
La catechesi degli adulti.
Incominciamo un cammino di catechesi per gli adulti della parrocchia.
Siamo nell’anno della fede.
Il Papa ci dice: Anche l’uomo di oggi può sentire di nuovo il bisogno di recarsi, come la samaritana, al pozzo per ascoltare Gesù, che invita a credere in Lui e ad attingere alla sua sorgente, zampillante di acqua viva. Dobbiamo ritrovare il gusto di nutrirci della Parola di Dio e del Pane della vita.
Anche il nostro Arcivescovo ha scritto alla Diocesi una lettera pastorale intitolata: “Alla scoperta del Dio vicino”
“Se non vi manterrete fedeli non resterete salvi” (Isaia,7,9)
Il rischio dell’incredulità.
Le parole del profeta Isaia risuonano come un ammonimento antico, misterioso e forte ancora oggi, anche per noi
Diceva il card. Martini: “Il grande rischio che ci accomuna tutti, oggi, è quello dell’incredulità”.
Noi siamo posti, dalle circostanze odierne, di fronte al rischio di fare, secondo l’espressione di S. Paolo, “naufragio della fede”.
Per usare un’altra espressione della seconda lettera a Timoteo, il conservare la fede, cioè, “ho conservato la fede fino al termine della mia corsa faticosa” (4,7) non ci appare come una cosa che va da sé, una cosa scontata, ma come un immenso bene, il bene che ogni giorno si può rischiare di perdere.
Di questa situazione dobbiamo prendere coscienza, oggi.
Dobbiamo sentire tutta l’attualità e anche tutta l’urgenza delle ammonizioni accorate degli Apostoli ai primi cristiani.
Tra le molte possiamo rileggere, per esempio,
· quella della lettera ai Colossesi: “ vivete consolidati nella fede quale vi fu insegnata” (2,7);
· ancora: “state attenti, perché nessuno vi faccia sua preda con sottili ragionamenti filosofici e con vane astuzie” (2,8);
· oppure, nella seconda lettera a Timoteo: “rimani fedele a quello che hai imparato” (3,14)
· e nella lettera agli Ebrei: “badate, o fratelli, che qualcuno di voi non abbia il cuore malvagio e incredulo, al punto di allontanarsi dal Dio vivente” (3,12)
Queste sono parole dette a comunità cristiane ferventi.
Ancora nella lettera agli Ebrei (cap.10) leggiamo frasi come queste: “manteniamo salda e inflessibile la professione della nostra speranza, … vigiliamoci a vicenda, … incoraggiamoci scambievolmente”.
Sono parole accorate che ci fanno vedere come il rischio dell’apostasia (allontanamento, rifiuto delle fede) è sempre presente.
È un rischio terribile, perché va alla radice delle cose, perché tocca le premesse del nostro stare insieme.
Quando questo punto fondamentale viene messo in discussione, ci accorgiamo che le cose che facciamo possono perdere di senso e la nostra vita può scolorirsi e perdere la direzione.
Per questo il nuovo Testamento ammonisce che l’incredulità, la “non fede” è il male per eccellenza.
“La fede è comprensione del presente come speranza”
Tutti gli uomini sono alla ricerca di Dio, tutti gli uomini sono assetati di speranza
Diventare cercatori di Dio
Nel cuore di ogni uomo c’è un desiderio mai spento e sempre ritornante di conoscere Dio.
Il desiderio di conoscere Dio c’è nel cuore di tante persone che, pur dicendo di non credere, tuttavia cercano il volto di Dio e c’è anche in chi ( come noi), pur dicendo di credere, avvertono il bisogno di conoscere meglio Colui nel quale si crede e di poter dare ragione ad altri della propria speranza.
La conoscenza di Dio non è mai un dato acquisito completamente, mai un dato scontato …. quanto più lo conosci, tanto più senti il bisogno di conoscerlo.
Ogni uomo ha nel profondo del cuore il desiderio della verità, e perciò il desiderio, anche inconscio, di conoscere Dio.
La non credenza non è la facile avventura di un rifiuto.
La non credenza seria è la sofferenza di una vita che lotta con Dio senza riuscire a credere in Lui.
Anche il credente è tante volte nella sua vita un non credente, perché, in tanti momenti si fatica a credere nel Signore; non lo sente, non lo capisce, anche se ne sente il bisogno.
Il non credente pensoso, come il credente non negligente è un uomo che ricerca, che lotta con Dio, alla ricerca della verità: è un pellegrino nella notte.
Diceva Miguel Unamuno, poeta filosofo, drammaturgo spagnolo:
La mia religione è tutta qui: lottare con Dio.
Questa è l’altissima dignità di ogni uomo credente o non credente che sia:
quella di cercare la verità
Diceva un drammaturgo tedesco del settecento, Gotthold Ephraim Lessing:
Se Dio dovesse presentarsi davanti a me
reggendo in una mano tutta la verità e nell’altra la ricerca della verità
e mi invitasse a scegliere, io gli risponderei:
la verità appartiene solo a te in pienezza, o Signore,
a me dona soltanto la ricerca della verità.
Il valore dell’uomo non sta nella verità
che qualcuno possiede o presume di possedere,
ma nella sincera fatica compiuta per raggiungerla.
E Platone nell’apologia di Socrate mette in bocca al suo maestro questa frase: Una vita senza ricerca non mette in conto di essere vissuta.
La sola vera notte del mondo è quella di chi non si riconosce in ricerca, in cammino verso una patria, desiderata, attesa.
Dio è un mistero insondabile.
Nessuno può pretendere di conoscere appieno Dio.
Dio non può essere imprigionato nei nostri schemi, non dipende dalle nostre osservanze, non è legato ai nostri principi retributivi.
Dio è sempre oltre.
O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio!
Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie !
(Rom. 11, 33)
Occorre lasciare spazio alle sorprese di Dio!
Occorre ripartire da Dio, da questo mistero indicibile e occorre ripartire dalle domande vere che ci sono nel cuore, perché non è possibile trovare e dare risposte se non si sono riconosciute le domande.
Dio ascolta i nostri perché più veri, le nostre domande più profonde, quelle che nascono dai dolori più intimi e ci risponde con il suo silenzio e con l’infinita compassione del suo amore.
Credere non è facile.
Credere è accettare di lottare con Dio
Con Dio occorre lottare come Giacobbe al guado di Yabbok:
[23] Durante quella notte egli si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici figli e passò il guado dello Iabbok. [24] Li prese, fece loro passare il torrente e fece passare anche tutti i suoi averi.
[25] Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell'aurora. [26] Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all'articolazione del femore e l'articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui.
[27] Quegli disse: «Lasciami andare, perché è spuntata l'aurora». Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!».
[28] Gli domandò: «Come ti chiami?». Rispose: «Giacobbe».
[29] Riprese: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!».
[30] Giacobbe allora gli chiese: «Dimmi il tuo nome». Gli rispose: «Perché mi chiedi il nome?». E qui lo benedisse.
[31] Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuel «Perché - disse - ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva».
[32] Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuel e zoppicava all'anca. [33] Per questo gli Israeliti, fino ad oggi, non mangiano il nervo sciatico, che è sopra l'articolazione del femore, perché quegli aveva colpito l'articolazione del femore di Giacobbe nel nervo sciatico.
(Libro della Genesi 32, 23-33)
Dio è l’assalitore notturno, è l’Altro che viene a te e lotta con te.
Se tu non conosci così Dio, se Dio per te non è un fuoco divorante, se l’incontro con Lui è per te tranquilla ripetizione di gesti sempre uguali, senza passione d’amore, il tuo Dio non è il Dio vivente, ma il Dio morto.
Questa è la prova della fede: lottare con Dio, sapendo che Lui è l’Altro che sfugge alle nostre certezze e non si lascia addomesticare dalle nostre pretese. Dobbiamo affrontare ogni giorno la lotta di credere, di sperare, di amare. Dobbiamo affrontare ogni giorno la lotta con Dio.
Dio è Altro da te, libero rispetto a te, come tu sei altro da Lui e libero rispetto a Lui.
Credere è cor-dare: un dare il cuore che implica la continua lotta con l’Alterità che non si lascia risolvere, né arrestare.
Dio è Altro da te. Ecco perché il dubbio abiterà sempre la fede.
( Bruno Forte)
Dice il Cardinale Martini: Ho imparato che la lotta con Dio dura tutta la vita, perché Lui è sempre al di là: crediamo di averlo capito, ma Lui è Altro. Ogni giorno dobbiamo affrontare la fatica della ricerca e ogni giorno dobbiamo ricominciare a credere.
Non si può vivere di maschere o di piccoli idoli: occorre misurarsi sull’Oltre, su quel Mistero assoluto che ci intimorisce e ci attrae, di cui dolore e morte sono come sentinelle. Dio ci sorprende sempre.
Possiamo dire allora che vivere
· è lasciarsi inquietare dalle domande vere che sono nel nostro cuore;
· è lasciarsi illuminare dal bisogno di Dio che abita il nostro cuore;
· significa non pacificare a buon prezzo l’inquietudine interiore, ma aprirle spazi di intelligenza e di desiderio.
Quest’anno vogliamo nella nostra parrocchia, metterci in cammino
“alla scoperta del Dio vicino”,
lasciandoci guidare dalla Parola di Dio
don Enrico