Misericordiosi come il Padre - Catechesi 18 febbraio 2016

MisericordiaLA MISERICORDIA PERMETTE SEMPRE UN NUOVO INIZIO
Misericordiosi come il Padre

18 febbraio 2016

Introduzione.
            Siamo nell’anno giubilare straordinario della misericordia.
La misericordia è un tema centrale nella Bibbia.
Si potrebbe riassumere tutto il Vangelo sotto il titolo della misericordia.
Chi di noi non ha bisogno di misericordia e di uomini misericordiosi?
Ma la parola misericordia risuona, oggi, nel nostro contesto sociale e politico, come strana perché non c’è spazio per la compassione e la misericordia.
Oggi prevale chi ha successo, il più forte, il più furbo, quello che ha più soldi, ma un mondo senza compassione e senza misericordia è un mondo freddo.

Dio è amore, Dio è misericordia
            La Bibbia dice che Dio è amore (1 Gv.4,8).
Dio non è un Dio solitario, ma un Dio trinitario. Dio è comunione, e l’amore di Dio si manifesta nella misericordia.
Il Papa dice che misericordia è il nome di Dio.
            Dire che Dio è misericordia significa dire che Dio ha un cuore, che non è un Dio sopra le nuvole, disinteressato al destino degli uomini, ma un Dio che si lascia commuovere e toccare dalla miseria dell’uomo, un Dio che ama gratuitamente, un Dio che non può non amare.
            Dice il Concilio che noi spesso abbiamo oscurato l’immagine di Dio. Spesso abbiamo annunciato il Dio giusto che punisce, talvolta abbiamo disignato l’immagine di un Dio della vendetta e abbiamo sottovalutato il messaggio del Dio misericordioso.
Dio è amore e misericordia perché Dio è il Dio che ama la vita.
Vivere è l’infinita pazienza di ricominciare. La misericordia offre, senza condizioni, senza stanchezza, senza limiti, esattamente la possibilità di ricominciare sempre, “settanta volte sette”, proiettandoci verso il futuro, coltivando non rimorsi o rimpianti, ma le condizioni di fecondità di ogni vita…
Dio è colui che presiede ogni nascita e lo fa attraverso la sua misericordia, parola che nella lingua della Bibbia antica è detta “rahamin” che è il plurale di utero, grembo di madre, matrice, fonte di vita.
Allora, con il mio Signore, io so di non essere creatura che ogni giorno “lentamente muore”, ma figlio che dolcemente e tenacemente nasce, si affaccia alla vita, crescendo a libertà, a consapevolezza e amore. (E. Ronchi)
            Nessuno è mai finito per sempre.
Dio non permette che ci arrendiamo, con Lui c’è sempre un “dopo”.
Dio vede primavere nei nostri inverni, vede il sole che sorge nelle nostre albe così ricche di tenebre, vede spighe mature nel germoglio che appena spunta dalla terra.
Alla peccatrice, adultera trascinata in mezzo alla folla per essere uccisa (cfr. Gv. 8,1-11) Gesù dice: “Vai, e d’ora in avanti....” Noi siamo creature non ancora finite, non ancora fiorite e, proprio per questo tenacemente in cammino.
Per questo possiamo dirci e ripeterci che l’uomo non è un essere “mortale”, come diciamo spesso, ma un essere “natale”.; siamo chiamati non a morire, ma a rinascere sempre di più. Dio non ci butta mai via

Siate misericordiosi sul modello di Dio
            Credere in questo Dio che è misericordia non vuol dire credere che un Dio in qualche modo esiste, forse da qualche parte, sopra le nuvole.
Ma se il Dio che esiste è misericordioso questo cambia la vita.
            S. Paolo nella lettera agli Efesini (5,1-2) dice: Poiché siete figli di Dio, amati da Lui, cercate di essere come Lui; di vivere nell’amore prendendo esempio da Cristo, il quale ci ha amati fino a dare la sua vita per noi …”
Noi siamo chiamati ad imitare Dio: “siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso ( Lc.6,36)
Se uno non ama il prossimo che vede, non può dire di credere e di amare Dio che non si vede. Il comandamento che Dio ci ha dato è questo: chi ama Dio, deve amare anche i fratelli ( Cfr. 1 Gv. 4, 20-21)
L’amore di Dio e l’amore del prossimo sono inscindibilmente connessi.
Gesù nel discorso della montagna dice: “Beati i misericordiosi, cioè quelli che hanno compassione degli altri, perché Dio avrà compassione di loro” ( Mt. 5,7)
Senza misericordia la nostra società rischia di trasformarsi in un deserto.
La tradizione cristiana elenca sette opere di misericordia corporale ( dar da mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati, vestire gli ignudi, ospitale i forestieri, visitare gli ammalati, liberare i prigionieri, seppellire i morti)  e sette opere di misericordia spirituale ( istruire gli ignoranti, consigliare i dubbiosi, confortare gli afflitti, correggere i peccatori, perdonare chi ci ha offeso, sopportare gli antipatici, pregare per tutti).
Sono necessarie persone che percepiscano il bisogno, le domande  che spesso sorgono inaspettatamente, e che si lascino commuovere da esse; persone che abbiano un cuore, che si prendano a cuore gli altri.

Il Papa ha dato inizio all’anno del Giubileo andando nel Centrafrica a Banguì ad aprire la porta santa, poi ha aperto la porta santa anche a Roma nella Basilica di S. Pietro, c’è anche la porta santa a Milano nel Duomo e tante altre….
Ma non ha nessun senso passare per la porta santa della Cattedrale e non passare la porta santa di un povero, di un malato, non far varcare la porta di casa a uno che ha fame, o la porta del cuore a uno che è solo. Non ha senso chiedere misericordia a Dio e non offrirla a chi vive vicino a noi.
Se il giubileo non tocca la nostra vita non è giubileo. Può essere perfino ipocrisia, falsa religione con cui i profeti hanno detto parole di fuoco.
Il giubileo sarà santo se cercheremo di scrivere la nostra pagina, la nostra riga, il nostro frammento di un racconto di misericordia con le nostre mani.

La misericordia è un’arte che si impara
            La misericordia è un’arte che si impara, se si imparano tre verbi: “vedere”, “fermarsi”, “toccare”:  è quello che fa il buon samaritano.
            ( Possiamo rileggere questa parabola cfr. Vangelo di Luca 10,25ss)

        1) Vedere: Il samaritano vede l’uomo ferito sulla strada e si lascia ferire dalle sue ferite. La misericordia incomincia con lo sguardo non giudicante del Vangelo: il primo sguardo di Gesù nei vangeli non si posa mai sul peccato delle persone, ma sempre sul loro bisogno” ( Johanm Baptist Metz)
La terra non ha bisogno di giudici, ma di samaritani.
Il mondo è un fiume di lacrime, invisibili a chi ha perduto lo sguardo del cuore.
I vangeli raccontano di Gesù che sapeva vedere ( Mt. 4,18), guardare negli occhi: “ donna perché piangi?” (Gv. 20,13)
Occorre imparare a vedere la sofferenza che è sul volto del fratello, vedere nel fratello il volto di Gesù

        2) Fermarsi: il samaritano vede e si ferma accanto all’uomo ferito; non si fermano il sacerdote e il levita che vanno oltre.
Per vedere bene occorre fermarsi, non andare oltre.
Oltre non c’è niente, tantomeno Dio che si pensa di incontrare nel tempio come fanno  il sacerdote e il levita.
“ La rosa è importante se le dai tempo ( piccolo principe). Quando ci si ferma con qualcuno si è già fatto molto. Fermarsi è una dichiarazione di amore.
Per amare e lasciarsi amare è necessario fermarsi nella nostra smania di vivere, nella nostra furia di correre sempre.
Per vedere un prato bisogna inginocchiarsi e guardarlo da vicino ( E. Olmi)
C’è un solo modo per conoscere una persona, Dio, un paese, una ferita: fermarsi, inginocchiarsi e guardare da vicino: guardare come i bambini e ascoltare come innamorati, in silenzio.

        3) Toccare: il samaritano tocca le ferite dell’uomo ferito, vi versa olio e vino, lo carica sulla sua cavalcatura, lo porta alla locanda e paga per lui.
Ogni volta che Gesù si commuove, si ferma e tocca.
Tocca l’intoccabile: il lebbroso (Mc. 1,40-42); tocca il cieco, fa del fango con la saliva e glielo mette sugli occhi ( Gv. 9, 6); tocca la bara del figlio della vedova di Naim e gli ridà la vita (Lc. 7,11-15).
Toccare è parola dura, mette alla prova, perché non è spontaneo toccare non tanto il contagioso, ma anche il medicante. Si fa l’elemosina e si lascia cadere la moneta dall’alto, guardandoci bene dal toccare la mano che chiede, mantenendo la distanza di sicurezza, senza rivolgere un saluto, una parola.
Il povero rimane, nel nostro contesto,  un problema, anziché diventare una fessura che ci fa vedere Dio.
La misericordia è anche un fatto di mani. Toccare vuol dire farsi vicino, dare un po’ di tempo, andare a trovare, fare visita …

Vedere, fermarsi, toccare sono piccoli gesti, ma la notte comincia con la prima stella, il mondo nuovo con il primo buon samaritano.
Solo l’amore e la misericordia saranno l’unica cosa che potremo portare con noi e presentare al giudizio di Gesù.

I mei fratelli più piccoli
            (Cfr. Leggiamo Matteo 25,31-45))  Matteo conclude i discorsi di Gesù nel suo Vangelo con la scena grandiosa del giudizio.
Possiamo fare tre sottolineature:

1) Gesù è il giudice che si identifica nei piccoli
            Il giudice è chiamato il figlio dell’uomo e re. La presentazione è solenne, ma non dobbiamo dimenticare che questo re è Gesù di Nazaret che fu perseguitato, crocifisso, rifiutato, che nella sua vita condivise in tutto la debolezza della condizione umana: la fame, la nudità, la solitudine.  È un re che si identifica nei più umili, i più piccoli., che ritrova il suo volto nei piccoli, nei poveri.  Anche nella sua funzione di giudice rimane fedele a questa logica di solidarietà che guidò tutta la sua vita. è un re che continua a vivere sotto le spoglie dei suoi fratelli più piccoli

2) La logica della croce è vincente
            In questo racconto, allora, dobbiamo vedere che la logica della Croce è vincente. Nel giudizio la logica della croce non viene sostituita dalla logica delle potenza.. Il giudizio si limita a svelare il vero senso dell’amore che si manifestò nel Crocifisso e che a molti parve inutile, smentito, perdente, sconfitto. Il giudizio ci dice che il giudice è il crocifisso, colui che ha dato la vita, che ha perdonato al ladrone. Allora la vera identità, la vera grandezza dell’uomo sta solo nell’amare i fratelli più piccoli

3) La condizione per appartenere al Regno è l’accoglienza dei piccoli
            E’ un racconto universale perché ci dice che l’appartenenza al regno non esige l’esplicita conoscenza di Cristo, ma soltanto l’accoglienza del fratello bisognoso, dei “miei fratelli più piccoli”.
I piccoli fratelli sono tutti  coloro che in un modo o nell’altro sono poveri, forestieri, perseguitati e prigionieri.  La benedizione del Figlio dell’uomo è per tutti coloro che, non importa se credenti o meno, hanno amato, hanno accolto, sia pure inconsapevolmente, hanno servito Cristo nel fratello più piccolo

Una conclusione
            La misericordia permette sempre un nuovo inizio.
La misericordia ci dice che noi possiamo amare di più, essere più liberi, essere più uomini e più donne con sempre meno paure; possiamo far fiorire sempre di più la nostra vita.
Noi siamo troppo impastati di reciprocità e facciamo fatica ad abbandonare il registro dello scambio. Se però guardiamo bene il mondo ci accorgiamo che l’uomo, nonostante tutto, è capace anche di amore puro, gratuito; è capace di misericordia. Non lo siamo quasi mai, ma l’amore puro, gratuito fa parte del nostro repertorio. E se nella vita non si fa almeno un’esperienza di amore puro, dato e ricevuto, l’umanizzazione non si compie in pienezza, ci si ferma nel cammino. Un uomo senza amore puro è troppo piccolo. La nostra somiglianza con Dio deve raggiungere anche il suo amore.
La Bibbia, il Vangelo è pieno di amore eccessivo.
Le vere sorprese della vita sono solo quelle che fioriscono dall’eccedenza, quelle che nessuno poteva prevedere o immaginare, quelle che ci salvano perché immensamente più grandi di noi e delle nostre convenienze.

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