La speranza: che cosa vuol dire sperare? - SdP 5 dicembre 2019

Catechesi adulti

 

Scuola della Parola - 5 dicembre 2019
La speranza:  che cosa vuol dire sperare?

            La vita umana è inconcepibile senza una tensione verso il futuro,
senza progetti, programmi, attese, senza pazienza e perseveranza.
Ma è pure intessuta di delusioni e quindi è permeata dalla speranza e anche dalla disperazione.  (C. M. Martini)  

Abbiamo visto la volta scorsa perché sperare? Questa sera, alla luce della Parola di Dio cercheremo di capire che cosa vuol dire sperare? Quale strada dobbiamo percorrere?
Noi speriamo, perché desideriamo la vita.
Questo desiderio oltrepassa le sconfitte, ci spinge a ricominciare sempre, perché la vita, per sua natura, si rinnova.
La speranza nel pensare comune si definisce come un sentimento radicato nella voglia di esistere.
Nella Bibbia la speranza non è solo desiderio della vita, ma è propriamente la speranza in Qualcuno.
La speranza è legata ad una sicurezza perché c’è un  garante grazie al quale, anche nella delusione, la promessa resta viva. Avendo fiducia in Dio, si sa che la sconfitta e il fallimento non sono mai definitivi.
La speranza nella Scrittura non è più solo il desiderio di vivere, la speranza biblica è fondata sulla fede, è dire che c’è una promessa.
Nel Vecchio Testamento è la promessa di una terra
Nel cristianesimo poi la promessa si fa ancora più attraente, perché la liberazione che promette è quella dal dolore e dalla morte.
            Senza la speranza non siamo cristiani, anzi non possiamo neppure essere persone capaci di sostenere il peso dell'esistenza. (Papa Francesco)

Ritorniamo alla figura di Gesù.
            Lo abbiamo detto la volta scorsa: l’evento di Gesù è al tempo stesso scandalo e fondamento che costringe la speranza a purificarsi, scrollandosi le molte illusioni che spesso costruiamo, nello stesso tempo è fondamento che offre alla speranza una ragione più solida di ogni fallimento
            Gesù ha sperimentato tutte le ragioni contro la speranza: l’ostilità dell’autorità religiosa, l’abbandono delle folle e dei discepoli, l’insuccesso della sua parola, la missione incompiuta….
Gesù però ha trovato la ragione per mantenere intatta la sua fiducia.
Ce lo dice Lui stesso nel Vangelo di Giovanni 16,32): Ecco, verrà l’ora, anzi è già venuta, in cui voi vi disperderete ciascuno per proprio conto e mi lascerete
solo: ma io non sono solo, perché il Padre è con me.
La speranza di Gesù non si lascia distruggere dall’abbandono e dall’insuccesso, perché saldamente fondata sulla certezza della presenza del Padre.
Non si può mantenere intatta la speranza senza una sicurezza, né si può restare fermi nella solitudine senza una compagnia.
Se da un lato il Crocifisso sembra la sconfitta della speranza, dall’altro è il più solido fondamento.
            In forza della risurrezione la verità che si voleva far tacere è risuonata ancora più forte di prima e l’amore che si era deriso per la sua debolezza è apparso più forte della morte
Gesù è risorto questo è il fondamento della Speranza.
            Ma c’è una ragione di speranza già nel Crocifisso, figura di un amore che nessuna violenza è riuscita a scoraggiare e figura di una fedeltà di Dio che trasforma il rifiuto in perdono e misericordia.
La speranza evangelica nasce dalla certezza della fedeltà di Dio, non da situazioni storiche favorevoli o da un generico ottimismo o da una ingenua fiducia nelle possibilità dell’uomo.
È una speranza sottratta  all’alternarsi delle vicende e agli alti e bassi della storia. È la fedeltà di Dio che ci dà il diritto di sperare.
Nonostante le infedeltà degli uomini, nonostante le forze del male, il disegno di Dio non si interrompe.
La carta vincente è saldamente nelle sue mani.

La parabola del contadino che attende
            Guardiamo alla parabola del Vangelo di Marco 4,26-29:
Il Regno di Dio è come la semente che un uomo sparge nella terra.
Ogni sera egli va a dormire e ogni mattina si alza.
Intanto il seme germoglia e cresce, ed egli non sa affatto come ciò avviene.
La terra da sola, fa crescere il raccolto: prima un filo d’erba, poi la spiga e, nella spiga, il grano maturo.
E quando il frutto è pronto subito l’uomo prende la falce perché è venuto  il momento del raccolto.
            Rapida è la semina, rapida è la raccolta, ma tra le due azioni scorre un lungo tempo di attesa.
È un tempo in cui il seme non si vede, e tuttavia germoglia.
È un tempo in cui il contadino è inerte, quasi messo da parte, tuttavia è il momento  in cui avviene il grande prodigio del seme che mette radici.
            L’insegnamento è chiaro: le inutili ansie sono segno di poca speranza; le impazienze non servono.
La speranza non regge senza la forza di attendere.
Solo le persone dallo sguardo lungo sono persone di speranza, persone capaci di vedere le cose nella prospettiva giusta.
Dobbiamo essere come il contadino che getta il seme e sa attendere: non siamo noi a stabilire il tempo necessario alla crescita. Noi non dobbiamo mai rinunciare di gettare il seme, anche se non saremo noi a coglierne i frutti.

La speranza cristiana è al tempo stesso gratuita e concreta
            Il cristiano fonda la sua speranza nella memoria del Dio di Gesù Cristo.
La speranza cristiana non nasce al di fuori della fede, ma dentro un contesto di fede.
La speranza cristiana non è misurata sulla facilità della meta, ma sulla grandezza della propria fede.
Il cristiano scorge la solidità della speranza guardando in alto verso Dio, guardando la Croce di Gesù.
Ecco perché diventa possibile parlare di gratuità della speranza.
            Ma la speranza ha anche bisogno di concretezza, cioè di segni di speranza,
Qui trova tutto lo spazio la comunità cristiana che è chiamata a farsi segno di speranza. Segno dice qualcosa di visibile e di convincente, ma anche qualcosa che rinvia.
Il segno non ferma lo sguardo su di sé, ma rinvia altrove,
Occorre il coraggio di farsi segno e la pazienza di attendere anche a lungo il compimento.
Nella nostra vita siamo chiamati a vivere segni di speranza.
L’importante è ricordarsi che il segno è valido se è chiaro, non necessariamente grande.
Come per Gesù, anche per il cristiano il fondamento della speranza sta in una promessa, una promessa che offre i suoi segni di credibilità nell’esperienza della vita.
Gesù ha vissuto l’esperienza  dell’abbandono sulla Croce, ma ha anche vissuto l’esperienza della comunione con il Padre e della forza della sua Parola in tante occasioni: le folle che accorrevano, i malati che guarivano, le conversioni che avvenivano, i miracoli …
Come per Gesù, anche per il cristiano il fondamento ultimo della speranza va posto nella fedeltà di Dio: una fedeltà che però va sperimentata anche nella propria vita di fede, come ha fatto Gesù.
Senza questa esperienza di fede la speranza si dissolve.
Come per Gesù ciò che si spera deve tradursi in una vita donata.
L’oggetto ultimo della speranza è il trionfo dell’amore: questo deve essere anticipato in una vita vissuta nell’amore,
Concretamente c’è un progetto e una strada da percorrere.

Il progetto e la strada
            Il pericolo fondamentale della speranza è quello di sostituire al progetto di Dio, un progetto fatto da noi.
È un rischio che corriamo spesso: sperare che si realizzi un progetto nostro, anziché aprirci alla novità del progetto di Dio.
Nella speranza, poi, non è semplicemente importante il progetto che è di Dio, ma anche la strada che permette di raggiungerlo.
Possiamo ricordare un passo del Vangelo di Giovanni 14,4 dove Gesù dice ai discepoli: del luogo dove io vado voi conoscete la via.
A Tommaso queste parole sembrano incoerenti: Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo conoscere la via?
Tommaso è convinto come tutti, che per conoscere la strada devi prima conoscere la meta dove vuoi arrivare.
Per Gesù è vero il contrario: quando si conosce la via, si giunge alla meta giusta.
La via giusta è seguire Gesù, ora nella situazione presente.
È importante conoscere la strada: la meta si troverà alla fine.
Così Gesù ha rovesciato il modo comune di pensare: non prima la previsione del progetto e poi l’individuazione della strada che vi conduce, ma prima la strada che è Lui, la sua vita.
Questa è la strada della speranza che siamo chiamati a percorrere.
Questa è la strada sulla quale fare segni concreti di speranza.
            Ci sono anche i rischi della speranza.
Per esempio, è facile anche per il cristiano sperare in un ritorno al passato, anziché affidarsi alla novità dell’evento di Gesù. oppure è facile ancora di più un altro rischio, quello di fare un progetto proprio e poi pregare che Dio ci aiuti a realizzarlo.
La vera speranza evangelica è vivere nel proprio presente con la sicurezza di conoscere la strada che conduce al futuro.
Non dobbiamo lasciarci prendere da nessuna angosciosa preoccupazione, ma l’ingenua serenità di un bambino che si fida del Padre.
Noi siamo chiamati a percorrere la strada che è Gesù.

Per riflettere e pregare
Sperare è vivere, è dare senso al presente, è camminare,
è avere ragioni per andare avanti
* Che cosa dice a me la Parola speranza?
* In che cosa io spero?
* Io ho in me la speranza cristiana?
* La speranza cristiana abita davvero dentro di me?
* Quali sono i segni positivi di speranza che scorgo dentro di me?

Preghiera di Madre Teresa
Apri i nostri occhi, Signore,
perché possiamo vedere te nei nostri fratelli e sorelle.
Apri le nostre orecchie, Signore,
perché possiamo udire le invocazioni di chi ha fame,
freddo, paura e di chi è oppresso.
Apri il nostro cuore, Signore,
perché impariamo ad amarci gli uni gli altri
come tu ci ami.
Donaci di nuovo il tuo Spirito, Signore,
perché diventiamo un cuore solo
e un'anima sola, nel tuo nome.