
6 aprile 2017
La parola del Papa alla nostra Chiesa
Introduzione
Ci diceva il Card, Scola: Il Papa viene a confermarci nella fede e nell’amore. Il Papa non si stanca di annunciare, con gesti prima che con le parole, una Chiesa estroversa, instancabile nell’andare incontro ad ogni donna e ogni uomo, di insistere sull’abolizione del criterio di esclusione a tutti i livelli, sul superamento di quello che lui chiama “cultura dello scarto”.
Il Papa è venuto tra noi: è stata una visita che ha toccato il nostro cuore e ha risvegliato molte coscienze. Prima ancora delle parole pronunciate dal Papa, hanno parlato i suoi gesti.
È entrato in Diocesi incontrando non semplicemente la periferia, ma le persone che la abitano.
Una città è sempre fatta di persone, prima che di luoghi.
Ha deciso di trascorrere con i carcerati più tempo che con chiunque altro. Ci ha mostrato concretamente cosa vuol dire “Chiesa in uscita”.
Vogliamo raccogliere qualche suo gesto e qualche sua parola che ci ha lasciato da custodire e da far fruttificare.
Dove incontrare Dio?
Da quando Gesù si è fatto uomo e ha camminato con noi, il nuovo Tempio di Dio, il nuovo incontro di Dio con il suo popolo ha luogo in posti che normalmente non ci aspettiamo: è là dove l’uomo vive, spesso ai margini, in periferia.
Lì Dio si fa carne per camminare insieme a noi.
Dio non è più in un luogo riservato a pochi mentre la maggioranza rimane fuori in attesa. Niente e nessuno gli è indifferente, nessuna situazione è privata della sua presenza.
Dio è Colui che prende l’iniziativa e sceglie di inserirsi nelle nostre case, nelle nostre lotte quotidiane, colme di ansie e insieme di desideri.
È all’interno della nostra vita quotidiana fatta di gioia, di fatica, di dolore che avviene l’incontro con la gioia del Vangelo.
Una gioia che genera vita, che diventa solidarietà, ospitalità, misericordia verso tutti.
Il Vangelo non lo si incontra in modo astratto al di fuori della vita, della storia.
Se vogliamo che la gioia del Vangelo e la speranza continuino ad essere possibili, dobbiamo situarci nella storia in modo nuovo.
Non possiamo essere presenti come meri spettatori che guardano il cielo aspettando che “smetta di piovere”.
Occorre guardare al presente con audacia, con l’audacia di chi sa che la gioia del Vangelo prende forma nella vita quotidiana.
Non dobbiamo aver paura di essere minoranza
Essere minoranza è un atteggiamento spirituale che è come il sigillo del cristiano.
Ma spesse volte questo atteggiamento è accompagnato da un altro sentimento però cattivo, la rassegnazione.
Senza accorgerci, ogni volta che pensiamo o constatiamo che siamo pochi, e sperimentiamo il peso, la fragilità più che lo splendore, il nostro spirito comincia ad essere corroso dalla rassegnazione.
E la rassegnazione conduce poi all’accidia.
L’accidia è una parola un po’ strana, ma riassume diversi atteggiamenti come la pigrizia, l’infedeltà, un legame poco vivo con il Signore, la dispersione, la mancanza di un centro della vita ….
Sono tutti quegli atteggiamenti che ci fanno volare basso o che ci tarpano le ali e quindi sono molto pericolosi per un cammino spirituale.
È necessario lottare contro la rassegnazione: pochi sì, in minoranza sì, rassegnati no!
Sono fili molto sottili che si riconoscono solo davanti al Signore esaminando la nostra interiorità
Un buon rimedio contro la rassegnazione è la misericordia, il sentirsi amati e perdonati, questo ristora e dà pace.
Quando noi cadiamo nella rassegnazione, ci allontaniamo dalla misericordia.
La nostra fede è sfidata a intravedere il vino in cui l’acqua può essere trasformata, e a scoprire il grano che cresce in mezzo alla zizzania» (E.G. n. 84)
La Chiesa non è nata per essere la massa, ma per essere sale e lievito nella massa.
Noi dobbiamo avviare processi nella storia, non occupare spazi
Occupare spazi è una continua tentazione, sembra darci sicurezza.
Ma io, dice il Papa, non ho mai visto un pizzaiolo che per fare la pizza prenda mezzo chilo di lievito e 100 grammi di farina.
E’ il contrario.
Poco lievito per far crescere la farina.
Oggi la realtà ci interpella, oggi la realtà ci invita ad essere nuovamente un po’ di lievito, un po’ di sale nella storia.
Le strade del Signore sono come Lui vuole che siano.
Ci fa bene fare un atto di fiducia: è Lui che conduce la storia!
Diamo una sguardo alla parabola del lievito.
Essere lievito
Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e nascose in tre misure di farina di frumento, finché non fu tutta fermentata (Mt.13,33)
Il Significato della parabola è che il bene è contagioso.
Matteo usa il verbo nascondere per descrivere il gesto della donna che mette il lievito dentro la pasta. La presenza del Regno nella storia è nascosta, velata, come quella del lievito nella farina.
Matteo racchiude l’intera parabola del lievito in una sola frase.
La narrazione è agile, essenziale tutta orientata a mettere in evidenza il centro. Il centro è il contrasto tra la piccola quantità di lievito e la grande massa di farina.
La meraviglia nasce dal fatto che una realtà tanto piccola ne produca una tanto grande. Il punto che si vuole mettere in evidenza è l’insospettata forza del lievito.
Del resto si tace: neanche un accenno, per esempio alla progressività della fermentazione o al tempo che essa richiede.
Il lievito trasforma, la sua forza è sorprendente, ma non di deve pretendere di osservarne i progressi momento per momento.
Solo se si ha la pazienza di attendere fino al mattino, ci si accorgerà che, durante la notte, il lievito ha fatto fermentare la pasta.
Il racconto della parabola è esagerato, fuori misura.
Normale è il gesto della donna che nasconde il lievito nella pasta, ma tutto il resto è inverosimile. Tre misure equivalgono a quaranta chili di farina: nessuna donna ne impasta tanta, e per farla fermentare non sarebbe bastato un pizzico di lievito.
Questa esagerazione non deve sorprendere.
L’inverosimiglianza è per dire che il Regno di Dio va oltre la nostra logica, è una novità-
La grande quantità di pasta fermentata svolge la stessa funzione del grande albero della parabola del granellino di senape.
È il più piccolo di tutti i semi, ma quando è cresciuto è il più grande di tutti gli ortaggi e diventa un albero, così gli uccelli del cielo vengono e pongono la dimora fra i suoi rami … (Mt. 13,32)
L’albero su cui gli uccelli prendono dimora fa semplicemente capire la forza che il piccolo seme possiede in se stesso.
La grandiosità del regno futuro non è il riscatto del fallimento di Gesù, ma il modo in cui appariranno la forza e lo splendore della sua storia.
Fra grandezza del futuro e la piccolezza dell’oggi c’è un nesso.
Letta con attenzione la parabola non suggerisce di guardare al domani per consolarci della fatica dell’oggi, ma per scoprire il senso che già appartiene all’oggi.
La parabola è teologica, cioè è rivelazione dell’agire di Dio, prima che avvertimento. Ci dice che nell’ambito del Regno i criteri della grandezza, del numero, dell’apparenza non servono per valutare ciò che conta e ciò che non conta, ciò che ha futuro e ciò che non ne ha.
I discepoli non devono fare propri i criteri del mondo, inseguendo sogni di grandezza, di prestigio …
L’evento di Gesù, e ancor oggi il Vangelo nel mondo, può sembrare piccola cosa, insignificante, una realtà perdente, ma non è così.
Dio sembra sempre in ritardo nella storia.
Ecco allora l’avvertimento: non bisogna lasciarsi sedurre dalla grandezza, ne farsi abbattere dalla piccolezza.
La forza del Vangelo è diversa da quella del mondo: diversa perché nascosta, mentre la potenza mondana si ostenta; e diversa perché straordinaria, al di sopra di qualsiasi possibilità che il mondo può vantare.
Che cosa allora fare concretamente?
Raccogliamo qualche indicazioni che il Papa ci ha dato per essere lievito nella pasta.
1) Essere una chiesa che evangelizza.
L’evangelizzazione non sempre è sinonimo di “prendere i pesci”:, ma è andare, uscire, prendere il largo, dare testimonianza… e poi il Signore, Lui “prende i pesci”. Quando, come e dove, noi non lo sappiamo.
Non dobbiamo badare al numero, contarci in continuazione, cercare i frutti …
Non dobbiamo dimenticare che noi siamo strumenti, strumenti inutili.
Noi, soprattutto, non dobbiamo perdere la gioia di evangelizzare, la gioia di gettare il seme del Vangelo.
Perché evangelizzare è una gioia.
Il grande Paolo VI, nella Evangelii nuntiandi - che è il più grande documento pastorale del dopo-Concilio, che ancora oggi ha attualità, diceva che la gioia della Chiesa è evangelizzare.
Dobbiamo chiedere la grazia di non perderla.
Non dobbiamo essere evangelizzatori tristi, annoiati.
Un evangelizzatore triste è uno che non è convinto che Gesù è gioia, che Gesù ti porta la gioia, e quando ti chiama, ti cambia la vita e ti dà la gioia, e ti invia nella gioia, anche in croce..
2) Essere una chiesa che non teme le sfide
Ogni epoca storica, fin dai primi tempi del cristianesimo, è stata continuamente sottoposta a molteplici sfide.
Sfide all’interno della comunità ecclesiale e nel rapporto con la società in cui la fede è chiamata a prendere corpo.
Non dobbiamo temere le sfide.
Quante volte ci facciamo prendere dal lamento e abbiamo uno sguardo negativo. Il lamento paralizza la vita.
Le sfide si devono prendere come il bue, per le corna, dice il Papa.
Ed è bene che ci siano, perché ci fanno crescere.
Sono segno di una fede viva, di una comunità viva che cerca il suo Signore e tiene gli occhi e il cuore aperti sulla storia in cui vive. Dobbiamo piuttosto temere una fede senza sfide, una fede che si ritiene completa, come se tutto fosse stato detto e realizzato.
Oggi l’acidità ci inquina. Siamo diventati corazze.
Più che luoghi di incontro, siamo spesso piccoli centri di scomunica, tendiamo a chiuderci. La trincea ci affascina di più del crocicchio, l’isola sperduta più dell’arcipelago, il ripiegamento nel guscio più dell’esplosione alla luce della comunione, al vento della solidarietà.
Sperimentiamo la persona più come solitario autopossesso che come momento di apertura al prossimo.
L’altro lo vediamo più che limite al nostro essere che come soglia dove cominciamo veramente ad esistere nella pienezza della nostra personalità.
Crediamo che il mistero della Trinità è da tenere lì accantonato affinchè non abbiamo alcun riverbero sulla nostra vita.
Corriamo il rischio di bearci di queste verità, trovandole interessanti, ma poi sperimentiamo che è difficile tradurle in pratica .. (T. Bello)
Le sfide ci aiutano a far sì che la nostra fede non diventi ideologica.
Ci sono i pericoli delle ideologie, sempre. Le ideologie germogliano e crescono quando uno crede di avere la fede completa.
Le sfide ci salvano da un pensiero chiuso e definito e ci aprono a una comprensione più ampia del dato rivelato.
E’ detto nella Costituzione dogmatica Dei Verbum: La Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio (8b)
3) Coltivare la cultura della diversità
La Chiesa è Una in un’esperienza multiforme.
E’ questa la ricchezza della Chiesa.
Il Vangelo è uno, ma sono quattro e sono diversi.
Questa diversità è una ricchezza.
Il Vangelo è uno in una quadruplice forma. Questo dà alle nostre comunità una ricchezza che manifesta l’azione dello Spirito
La Tradizione ecclesiale ha una grande esperienza di come “gestire” il molteplice all’interno della sua storia e della sua vita.
Lo Spirito Santo: è il Maestro delle differenze! Lui è anche il Maestro dell’unità!
È necessario discernere quando è lo Spirito che fa le differenze e l’unità, e quando non è lo Spirito quello che fa una differenza e una divisione.
L’uniformità e il pluralismo non vengono dallo Spirito Santo.
La pluralità e l’unità invece vengono dallo Spirito Santo
E’ il compito bello ed esigente che ci ha lasciato nostro Signore, il “già e non ancora” della Salvezza.
Unità nelle differenze è una tensione che sempre ci fa crescere nella Chiesa.
4) Formare al discernimento
Discernere significa cercare di capire e cogliere la presenza e l’azione dello Spirito nella comunità cristiana e nella realtà della storia; cercare di vedere ciò che è mosso dallo Spirito e, invece ciò che è contrario allo Spirito.
Discernere significa domandarsi come e dove lo Spirito sta operando, oggi, nella Chiesa e nella storia; come riconoscere, aiutare, fare strada, dare campo all’azione dello Spirito, oggi, nella nostra comunità.
La Chiesa è una comunità guidata dallo Spirito ( Cfr. Lettera ai Romani cap. 8)
Il verbo “guidare”, “essere guidati” dallo Spirito rimanda a un’azione molto ampia, perché lo Spirito è colui che sta all’inizio, al centro e al termine della vita della comunità cristiana e della vita di ogni uomo.
Non esiste nessuna situazione veramente umana che non sia, in qualche modo, raggiunta dallo Spirito.
“Lo Spirito riempie l’universo” ( Salmo 104).
Lo Spirito non è semplicemente qualcuno che sta a guardare quello che avviene sulla terra, ma riempie l’universo, penetra ovunque.
Dove ci sono situazioni umane lontane da Cristo le muove, le pungola, dà loro il senso di vuoto e di insoddisfazione, suscita domande. Dove, invece, le realtà sono vicine a Cristo, le incoraggia, dona gioia, le stimola, dona entusiasmo. Dove, poi, le realtà umane sono piene di Cristo le illumina, le conforta, le rende capaci di lode.
Le azioni che lo Spirito esplica nei cuori e nella Chiesa sono molteplici e nessun uomo, per quanto resistente e recalcitrante di fronte all’amore di Dio, può impedire il suo flusso continuo, paziente, misericordioso.
Lo Spirito è il principio guida, il motore delle azioni della comunità cristiana.
A Lui bisogna obbedire, Lui dobbiamo ascoltare, sono le sue opere che dobbiamo discernere per comprendere come agisce nella nostra vita, nella comunità cristiana, nella storia, nella società.
L’importante è aprire gli occhi e il cuore alla sua presenza.
5) Custodire il servizio
Servire significa sentirsi responsabile degli altri.
Quando si incontra un fratello in difficoltà, non si può far finta di nulla; ciò che gli è successo ci riguarda.
Sentirsi responsabili non è solo questione di generosità, ma è questione di sguardo attento e premuroso, capace di vedere e di capire, come lo sguardo del samaritano che si è accorto del ferito .
La generosità non è ancora servizio.
Il servizio non si improvvisa, ma si costruisce.
Il vero servizio non raggiunge solo i bisogni, ma accoglie la persona.
Le persone sono volti, hanno un nome.
Gesù non dice solo di dare il pane all’affamato e il vestito a chi è nudo, ma anche ospitare lo straniero, visitare i malati e i carcerati.
Ospitare significa fare spazio nella propria vita, nella propria casa, nelle proprie preoccupazioni, nella propria preghiera..
Visitare è un verbo che indica quel vedere che si accorge dell’altro, si preoccupa, si sente coinvolto con l’altro.
E’ fare un pezzo di strada con l’altro.
Oggi sembra che tutto debba “servirci”, come se tutto fosse finalizzato all’individuo: la preghiera “mi serve”, la comunità “mi serve”, la carità “mi serve”. Questo è un dato della nostra cultura tutta centrata su di noi..
Lo Spirito ci fa vedere che la strada giusta va al contrario: nella preghiera servo, nella comunità servo, con la solidarietà servo Dio e il prossimo.
6) Sentirci parte del popolo di Dio
Mentre facciamo sempre la memoria del Signore Gesù e della sua Pasqua nella celebrazione dell’Eucaristia, siamo invitati a fare memoria, a guardare il nostro passato per non dimenticare da dove veniamo.
Ci fa bene ricordare che siamo membra del Popolo di Dio.
Un popolo formato da mille volti, storie e provenienze, un popolo multiculturale e multietnico.
Questa è una delle nostre ricchezze.
E’ un popolo chiamato a ospitare le differenze, a integrarle con rispetto e creatività e a celebrare la novità che proviene dagli altri
E’ un popolo che non ha paura di abbracciare i confini, le frontiere.
E’ un popolo che non ha paura di dare accoglienza a chi ne ha bisogno perché sa che lì è presente il suo Signore.
Il sogno di Dio è là dove non c’è paura, non c’è ansietà,
non c’è senso di terrore per forze sconosciute
che minacciano l’uomo,
ma c’è pace, fiducia, abbandono
( C. M. Martini)
Una preghiera
Ti preghiamo, Signore,
di insegnarci a unire nella nostra vita
l’attenzione ai malati, ai poveri, alla gente,
con la preghiera.
Donaci
di comprendere l’unità tra preghiera e azione;
di comprendere che queste due realtà
non sono soltanto due realtà,
ma una sola.
Donaci
di comprendere come la contemplazione è azione.
Ti chiediamo questo dono nella grazia dello Spirito Santo,
per intercessione di Maria,
a te che vivi e regni con il Padre
nell’unità dello Spirito Santo
per tutti i secoli dei secoli. Amen.
( Card. Martini)