La logica del piccolo seme - SdP 4 febbraio 2016

Catechesi adulti

Scuola della Parola
La logica del piccolo seme
Il discorso in parabole (Mt. 13)

4 febbraio 2016

Introduzione
            Facciamo, questa sera, la scuola della Parola sul capitolo 13 del Vangelo di Matteo, il discorso in parabole.
Le parabole sono state raccontate da Gesù per rispondere alle domande che sono rimaste sempre vive nella comunità dei discepoli e lo sono ancora oggi.
            Il  Regno di Dio soprattutto nel contesto della mentalità giudaica, era visto come un mutamento radicale della storia, come un intervento definitivo e risolutivo di Dio.  Il Regno invece, annunciato e portato da Gesù si manifesta con le dimensioni di un piccolo germe.
La vita di Gesù, soprattutto il suo camminare con decisione verso Gerusalemme, la città della Croce  esaspera ancora di più le attese  dei discepoli che vedono rimpicciolirsi sempre più il piccolo seme del Regno.  Si fatica a credere che  quello che sta accadendo corrisponda veramente alla manifestazione del Regno di Dio.
            L’ansia di ottenere frutti visibili ha segnato fin dall’inizio la comunità cristiana. I primi discepoli, oltre che misurarsi con la scacco della Croce, si sono misurati con l’apparente inefficacia dell’evento della risurrezione, che ha lasciato la realtà immutata.
            Oltre a queste domande c’è poi la commistione tra bene e male che nella comunità suscita la domanda circa il comportamento da tenere. La parabola della zizania risponde a questi interrogativi.
            La scelta di impiegare le parabole per rispondere a queste domande permette di mostrare lo stretto legame che unisce il regno di Dio e la storia. È nella storia, rappresentata dalla narrazione della parabola, che occorre intravvedere il Regno di Dio all’opera.  Ci si rende conto che Il Regno di Dio annunciato da Gesù non corrisponde esattamente a un regno umano e ha bisogno dell’illustrazione delle parabole per essere rettamente compreso.
            Incominciamo a guardare la parabola del seminatore: ci dice che la logica della semina è una legge costante del Regno di Dio. Il Regno si presenta sempre come un seme e che come tale va sempre considerato da chi lo annuncia. Il Regno inizia da un seme, da dimensioni di piccolezza.

La parabola del seminatore  (Leggiamo Matteo 13,3-9)
            Racconta la storia di una semina. Il vero protagonista è il seme.
Del seminatore si parla solo all’inizio, mentre la parabola descrive le diverse vicende del seme.  Vengono descritti quattro quadri  che narrano quattro diversi tragitti compiuti dal seme. Di questi uno solo ha un esito positivo.
La parabola insiste sul fatto che la semina è segnata, spesso, da un esito fallimentare: è un dato di fatto con cui occorre misurarsi.
Il messaggio della parabola è l’invito a seminare comunque, consapevoli che da qualche parte il seme dà frutto abbondantemente.
La parabola smentisce che la semina sia inutile. Rimane, però, la domanda oggi, come allora  circa i frutti del Regno di Dio che sembrano quasi invisibili.
Ecco la domanda: come è possibile che la Parola del Regno che ha un’origine divina sembra  di fatto così debole?
            Tante volte si cerca di rispondere percorrendo una scorciatoia, cioè si rimanda tutto al futuro. Il fallimento sarebbe una realtà del presente, mentre il futuro porterà un riscatto.
In realtà la parabola non presenta nessuna indicazione temporale né riferita al presente, né al futuro. La semina è la stessa, compiuta lo stesso tempo e nello stesso campo. Eppure l’esito è diverso.  La parabola ci invita ad avere fiducia che proprio quella semina dai risultati apparentemente fallimentari riserva delle sorprese positive: da qualche parte si raccoglie.
            La parabola ci costringe a mettere in discussione il nostro modo di guardare alle semine da noi compiute: forse il nostro sguardo è distorto, non riesce a cogliere i piccoli risultati ottenuti.
Noi non vediamo nulla perché pretendiamo dal seme qualcosa che non appartiene al seme. Siamo spesso incapaci di vedere gli esiti buoni della semina.
            Occorre imparare a vedere la progettualità propria della Parola che non coincide con le nostre strategie.
Accade, così, di voler un certo tipo di cristiano, ma la semina ne ha prodotto un altro, del tutto differente.
Occorre accettare i diversi modi possibili di incarnare la fede che non sempre coincidono con i nostri gusti. È facile allora che noi ci rivolgiamo ad altre cose, e facciamo affidamento su altre cose piuttosto che sulla Parola. Pensiamo che tutte le nostre iniziative siano più efficaci della Parola.
La prima preoccupazione di Gesù non è quella di sottolineare le differenze tra i vari tipi di terreno, ma di mettere in evidenza sia il seminatore che il seme. Non bisogna trovare facili spiegazioni dei fallimenti sperimentati scaricando la colpa sugli altri o sulla società ( rappresentati nella parabola dai terreni).
Ciò che fa la differenza, invece, è lo spirito con cui il seminatore svolge il suo lavoro. Il seminatore ha successo nella misura in cui egli è generoso e libero nel seminare.
Inoltre è importante che il seme che si semina sia veramente quello della Parola e non un surrogato. La prima preoccupazione riguarda il seme, vale a dire la verità del Vangelo che si deve seminare. Non possiamo dare come scontata questa preoccupazione.
Il Vangelo va continuamente assimilato da chi lo annuncia: occorre assimilarlo ogni volta che si è chiamati a trasmetterlo.
Occorre preoccuparsi prima di tutto di dire il Vangelo, non altro.

I terreni che accolgono il seme
            Diamo uno sguardo alle caratteristiche dei diversi terreni che accolgono il seme.
        La strada indica il cuore chiuso il cuore sordo.  Il seme scivola via, non lascia traccia, diventa pasto degli uccelli del cielo. È il rifiuto della Parola.
        Il terreno sassoso indica coloro che si entusiasmano facilmente, ma che sono incostanti. manca una certa solidità umana. Occorre promuovere un sano umanesimo e una robusta educazione cristiana. Senza un terreno ricco di valori umani il seme non porta frutto.  Si tratta di educarci ai valori umani se vogliamo che la Parola porti frutto.
Questo interroga anche il nostro modo di fare catechismo ai ragazzi.
Serenità e bellezza fanno parte della semina del Regno.
            Il terreno di rovi e di spine: il seme non cresce perché viene soffocato, non trova spazio. Le preoccupazioni mondane, il fascino ingannevole della ricchezza privano il seme dell’aria necessaria alla crescita.
Può capitare anche alla comunità cristiana di non lasciare spazio sufficiente al seme a causa del fascino del successo e della ricchezza.
Spesso si cade nella tentazione ingannevole di Satana nel deserto: diventa ricco e con la tua ricchezza, i tuoi mezzi, le tue strutture sarai capace di affascinare, di convertire.
È la grande illusione diventare ricchi per aiutare i poveri, avere tutti mezzi per attirare la gente. In realtà, poi, non si ha tempo per aiutare i poveri, per annunciare il Vangelo, perché la ricchezza diventa la preoccupazione dominante.
Non si è più liberi di annunciare il Vangelo, perché si è preoccupati di conservare quanto si possiede.
        Infine c’è il terreno buono, questo porta frutto. Gesù non specifica perché sia buono. Lo si deduce dal confronto con  i terreno non buoni.

La parabola della zizzania (Matteo 13,24-30)
            I servi trovano che insieme al buon grano c’è anche la zizzania.. Essi non sanno che è venuto un nemico a seminarla.  Si meravigliano, corrono dal padrone per chiedergli una spiegazione. Il padrone dice ai servi che è stato un nemico.  Alla domanda se devono strapparla, il padrone li ferma.
            Non è compito dei discepoli estirpare la zizzania perché non succeda che raccogliendo la zizzania, si trappi anche il buon grano. (v. 29).
Il padrone implicitamente dice che non tocca noi distinguere la zizzania dal buon grano, anche perché c’è il rischio di sbagliare. Le due piante sono talmente intrecciate che se si toglie la zizzania si rischia di strappare anche il grano.
C’è sicuramente un giudizio che ci attende, lo dobbiamo ricordare.
Ma non è compito nostro. Avverrà in un tempo non prevedibile da noi: è opera di Dio.
L’attesa del giudizio ci aiuta a capire ancora di più che il nostro compito esclusivo è quello di seminare, non quello non quello di essere dei giudici che vogliono sradicare la zizzania.
La parabola ci dona una lezione di tolleranza, di paziente attesa, di persone che non devono avere fretta di separare il bene dal male.
            Gesù è un Messia diverso da come lo si immagina: non è venuto a giudicare, a separare la paglia dal grano (Mt.3,12), ma si è messo in fila con i peccatori; ha condiviso con i peccatori non solo la sorte, ma anche la cattiva fama.
La folla che assisteva alla sua morte non distingueva tra lui e gli altri crocifissi.
I fatti della  vita di  Gesù ci devono indurre a mantenerci prudenti di fronte alla realtà del peccato altrui.
Dobbiamo evitare in tutti i modi di sostituirci a Dio nel giudizio.
Siamo una comunità di peccatori perdonati e credenti che ogni giorno cominciano da capo. Questa nostra identità ci deve orientare a un atteggiamento paziente nei confronti degli altri, che siamo chiamati a incoraggiare, esortandoli a proseguire con fermezza sulla via del bene.

La parabola del granellino di senape (Mt. 13,31-32)
            È una parabola che smentisce l’idea che le cose grandi provengono soltanto da ciò che è già grande. È un richiamo alla nostra idolatria  nei confronti di ciò che è grande,  potente, forte, appariscente.
È una parabola che contiene, come le altre, una legge permanente, valida per ogni epoca: la legge del piccolo seme. E’ una legge perenne, valida anche oggi. Rispetto al mondo siamo un piccolo seme.

La donna che getta il lievito nella pasta (Matteo 13,33)
            Dopo la parabole del granellino di senape, Gesù racconta quella del lievito. C’è un tempo necessario per la lievitazione. È proprio sulla tempistica delle lievitazione che la parabola vuole farci riflettere. Occorre uscire dall’ansia della verifica continua, del vedere subito i risultati e lasciare spazio alla dinamica della Parola rispettando i tempi che le sono propri.

La parabola del tesoro nascosto e della perla preziosa (Matteo 13,44-46)
            Sono due parabole centrate sulla preziosità del Regno.
Sono indirizzate ai discepoli e non alla folla. Sono proprio i discepoli che rischiano di dimenticare il privilegio della loro condizione, al punto da pensarsi meno fortunati degli altri.
Queste parabole interpellano la nostra esperienza di fede, domandandoci se abbiamo davvero compreso che abbiamo fatto un affare, che abbiamo tra le mani un tesoro
Colui  che trova il tesoro nel campo fa un’esperienza così gioiosa e travolgente che non esita a vendere tutto quello che ha.
Ma anche colui che trova la perla preziosa, lascia tutto pur di ottenere la perla che ha trovato.
            Ciò che contraddistingue l’esperienza del discepolo è proprio quel “tutto” che si è lasciato. Chi trattiene qualcosa per sè, di fatto non entra nel Regno dei cieli, perché è troppo legato a quello che non riesce a lasciare.
La gioia grande di chi si avventura su questa strada nasce dall’aderire senza alcuna riserva alla novità del Vangelo.
Il mondo ha bisogno di vedere nei cristiani questa gioia senza ombre che nasce dall’accogliere il Vangelo come la perla preziosa

  • Che cosa dice a me il discorso in parabole?
  • Che cosa dice alla nostra comunità?

            La tematica che ci guiderà in questo anno è quella della misericordia.
Papa Francesco ha indetto un anno della misericordia perché tutti possano incontrare e fare esperienza della misericordia di Dio.