
Scuola della Parola - 5 maggio 2017
La gioia nella Chiesa
Introduzione
Continuiamo la lettura del cap. 18 di S. Matteo: è il discorso di Gesù alla sua Chiesa. Gesù questa sera ci dice che nella sua comunità non deve mai mancare la gioia.
La più grande minaccia è il grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa, nel quale tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in realtà la fede si va logorando e degenerando in meschinità. Si sviluppa la psicologia della tomba che a poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo. Delusi dalla realtà, dalla Chiesa o da se stessi, vivono la costante tentazione di attaccarsi a una tristezza dolciastra, senza speranza, che si impadronisce del cuore….(Papa Francesco E.N. n. 83):
La gioia del Vangelo riempie la vita della comunità dei discepoli.
E’ una gioia missionaria…. Questa gioia è il segno che il Vangelo è stato annunciato e sta dando frutto. Questa gioia ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé del camminare e del seminare sempre di nuovo, sempre oltre. …(E.N. n. 21)
La gioia del Vangelo è per tutto il popolo, non può escludere nessuno …
La gioia del Vangelo è quella che niente e nessuno ci potrà mai togliere (Gv.16,22)… Una delle tentazioni più serie che soffocano il fervore e l’audacia è il senso di sconfitta, che ci trasforma in pessimisti scontenti e disincantati dalla faccia scura. (E.G. n. 84.85
Leggiamo il Vangelo di Matteo 18,10-14:
10Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli. [11]
12Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? 13In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. 14Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda.
Il titolo che possiamo dare a questa riflessione è “la gioia nella Chiesa”.
È motivato dal versetto 13 che afferma che chi trova la pecora smarrita “si rallegrerà”. Questa pagina ci vuole dire che la gioia più profonda della Chiesa è il ritorno di un solo smarrito.
La Chiesa deve distinguersi non tanto per i suoi riti, i suoi apparati ..ma per il perdono, per l’accoglienza, per la riaccoglienza. Sono quelle caratteristiche della comunità con le quali l’evangelista Matteo a poco a poco delinea il volto della Chiesa.
Che cosa dice questo brano?
È una brevissima parabola inquadrata da due esortazioni: una all’inizio ( guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli,v.10) e una alla fine che afferma la volontà del Padre (il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli, v.14).
L’attenzione è sui piccoli, l’esortazione è a non disprezzarli e a non lasciarli perdere perché il Padre non vuole.
La parabola è raccontata nei vv. 12 e 13 che inizia con una domanda retorica: che ve ne pare? Come a dire: siamo d’accordo che è così?
Gesù intende .affermare un principio apparentemente ovvio., cioè che il Pastore non abbandonerà le novantanove pecore da sole sui monti…
Invece ovvio è che le abbandoni e vada alla ricerca di quella smarrita.
E se gli riesce di trovarla, dice Gesù, in verità vi dico, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite.
Il pastore si rallegrerà per la pecora ritrovata.
Noi rimaniamo un po’ perplessi, perché le parole di Gesù sono una rivelazione del mistero di Dio, del mistero della misericordia, del suo bisogno che i peccatori ritornino. Viene alla mente la parabola del figlio prodigo, del Padre che aspetta il figlio smarrito
La parabola si conclude così: il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli. Per sottolineare che al Padre importano molto non solo i piccoli, ma anche uno solo dei piccoli.
Tre parole chiave
Possiamo sottolineare tre parole chiave nel brano: smarrirsi, si rallegrerà, questi piccoli
1) Smarrirsi.
È una parola ripetuta tre volte nel brano letto
Per una pecora smarrirsi significa andare fuori dal gregge, non trovare più la strada, vagare qua e là, precipitare nei burroni...
Con questa metafora Gesù vuole indicare ogni fuga o tentazione di fuga dalla comunità e quindi anche le sue cause: disamoramento della comunità, disgusto e sfiducia verso la comunità, amarezza, scoraggiamento …
Forse Gesù pensava a Giuda che covava amarezza dentro di sé prima di abbandonare la comunità dei discepoli.
Smarrirsi per un cristiano può significare tante cose: abbandonare la pratica cristiana, abbandonare la fede, ma ancora di più abbandonare la speranza nella vita, ritrovarsi affaticato, stanco, deluso.
Nelle parole di Gesù c’è tanta compassione per le fatiche della gente che ha perso il gusto di vivere, che è appesantita dai fatti della vita.
Abbandonare la comunità, la pratica cristiana, le amicizie … a una certo punto può voler dire perdersi, smarrirsi totalmente, perdere la fede e la speranza che la vita abbia un senso buono
2) Si rallegrerà
È una parola chiave contraria allo smarrirsi: è al centro del brano (v.13). Nella parabola del figlio prodigo è un riflesso della gioia del Padre che è nei cieli, espressa dall’atteggiamento di quel padre che, commosso, vedendo il figlio lontano, gli corre incontro, gli si butta al collo e lo bacia
È la gioia di Gesù che esultò nello Spirito santo e disse: io ti rendo lode, Padre, perché hai tenuto nascoste queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli (Lc.10,21). Viene sottolineata la gioia di Dio per i piccoli.
È la gioia di una comunità in cui i piccoli, i semplici e ogni smarrito sono importanti; è la gioia di una comunità che accoglie e non si stanca di accogliere volentieri e con amore, altrimenti le viene a mancare la gioia.
3) Questi piccoli
È la terza parola chiave ripetuta nell’esortazione iniziale e finale.
Gesù non si riferisce soltanto ai bambini, ma a tutti, a ciascuno di noi che fa fatica, che è debole nella fede e va aiutato, che è sempre sottoposto al rischio di smarrirsi.
Quale messaggio per noi oggi?
1) Innanzitutto il testo parla degli smarriti, di quanti oggi fanno fatica a trovare Dio, a trovare un senso nella vita, che non vedono chiaro nell’esistenza e rischiano di perdere la gioia di vivere. Sono tanti, anche ciascuno di noi è sempre a rischio di smarrimento. Nel profondo del cuore ciascuno può vivere momenti di smarrimento.
Il messaggio è di aiutarsi a vicenda. Non esistono nella Chiesa dei ricercatori inossidabili che cercano gli smarriti, ma siamo tutti degli smarriti che cercano e dei ricercatori a rischio di smarrimento. Dobbiamo comprenderci nelle nostre debolezze. È questo un primo messaggio.
2) Un secondo messaggio è cercare gli smarriti.
Significa in positivo prendersi cura di tutti, non trascurare, non disprezzare e non ritenere nessuno di scarso valore.
Cercare significa preoccuparsi dei bisogni, delle domande, dei desideri profondi dell’altro, far attenzione a ciò che si muove nel cuore, alle inquietudini magari doloranti che gridano nel silenzio, non dare mai per scontato niente, ma capire la fatica di ciascuno. Mettersi in ascolto, imparare ad ascoltare.
Essere una comunità cristiana che ascolta, non solo parla.
Il cercare mira al trovare: se gli riesce di trovarla, vi dico, si rallegrerà per quella più che per novantanove che non si erano smarrite (v: 13(.
Ritrovare vuol dire riconciliare con la comunità chi si era allontanato; riconciliare con la vita chi aveva perso il gusto dell’esistenza; riconciliare con la società chi vive ai margini o lasciato fuori.
Trovare deve caratterizzare una comunità che cerca.
3) Rallegrarsi: la gioia, ma quale gioia?
Deve essere il riflesso della gioia del Padre e di Gesù.
Questa gioia viene a mancare quando ci si lascia prendere dall’invidia, quasi rammaricandosi che chi ritorna sia più considerato degli altri. È un sentimento abbastanza diffuso. Accettare i nuovi è sempre difficile. Il figlio maggiore della parabola del figlio prodigo ha invidia del fratello.( Lc. 15,11 ss) Gli operai della prima ora provano invidia per gli operai dell’ultima ora ( Mt. 20,1ss)
Tante volte chi si accosta nuovo viene guardato con diffidenza, come si guardava Paolo dopo la conversione. La persona viene lasciata da parte e non si sente accolta …Un altro modo per non gioire riguarda soprattutto i gruppi chiusi e ce ne sono sempre
4) C’è un quarto messaggio.
Il capito 18 di Matteo ci presenta una comunità paziente, amorevole, non fatta di perfetti, ma nemmeno di persone che lasciano andare le cose.
È una comunità piena di comprensione e di amore, che vuole il ritorno, non ammette le devianze, e tuttavia non scaccia, non delude, anzi chiama a sé
Non è una comunità permissiva, bensì rigorosa, una comunità comprensiva, ma non permissiva.
Qualche domanda per la riflessione personale
1) Custodisco nel cuore la gioia di sentirmi cercato e profondamente amato da Dio, ancor prima che io lo cerchi? Vivo personalmente e con gratitudine l’esperienza della misericordia di Dio?
2) Contribuisco a edificare una comunità più accogliente, una comunità più aperta, una comunità attenta a tutti? Che cosa fare per togliere l’invidia dalla nostra comunità?
3) Cerco di avvicinare i dispersi e di favorire l’incontro con chi si è allontanato, con chi è arrivato nuovo sul territorio?
Dice il Papa all’Azione Cattolica: “Vi invito a portare avanti la vostra esperienza apostolica radicati in parrocchia, che non è una struttura caduca, perché è presenza ecclesiale nel territorio, ambito dell’ascolto della Parola, della crescita della vita cristiana, del dialogo, dell’annuncio, della carità generosa, dell’adorazione e della celebrazione...
La parrocchia non è una struttura caduca … Anche se non è l’unica istituzione evangelizzatrice, tuttavia continua ad essere la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case … La parrocchia è lo spazio in cui le persone possono sentirsi accolte così come sono, e possono essere accompagnate attraverso percorsi di maturazione umana e spirituale a crescere nella fede e nell’amore per il creato e per i fratelli”.
È una comunità dove gli assetati vanno a bere per continuare a camminare, e centro costante di invio missionario….
La parrocchia non diventi una struttura prolissa separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a se stessi...”