Elogio della Parola di Dio - SdP 1 dicembre 2016

Catechesi adulti

Scuola della Parola n.1
Elogio della Parola di Dio

1 dicembre 2016

La scuola della Parola di quest’anno
Nella scuola della Parola di quest’anno vogliamo sottolineare il primato della Parola nella vita del discepolo di Gesù e nella vita della comunità cristiana.  Iniziamo questa sera facendo l’elogio della Parola di Dio
Le parole di Gesù, come i suoi gesti e la sua vita, sono frequentemente paradossali.  E’ questa paradossalità della Parola di Dio che vogliamo scoprire e approfondire nella scuola della Parola di quest’anno
“Paradosso” è un termine greco che indica qualcosa che è al di fuori o contro il sentire comune e le opinioni più consolidate.
Il paradosso è ciò che tiene desta la ragione ( G. K. Chesterton)
E non può essere diversamente. I vecchi otri del linguaggio ordinario non possono contenere il vino nuovo di Gesù.
La Parola di Gesù non è mai ovvia, scontata.
Il paradosso evangelico è svelamento di verità indicibili; è rivelazione della profonda umanità di Gesù.
Rompendo con il senso comune, il paradosso evangelico pretende essere un ricupero di autentica saggezza, una riscoperta della realtà profonda delle cose. A ben guardare, ed è ancora il Vangelo a suggerirlo, la stessa realtà che abbiamo sotto gli occhi è ricca di paradossi.  Come ad esempio il chicco di senapa, il più piccolo di tutti i semi, che però diventa ( qui c’è il paradosso) un grande albero. ( Mt. 4,30-32) o il granello di frumento che, buttato nella terra, sembra marcire e invece si moltiplica (Gv. 12,24).
La creazione non si muove su schemi scontati, prevedibili, misurati dai calcoli del buon senso; si muove su altri schemi …
Il Vangelo, è ricchissimo di paradossi:  “A chi ti percuote  sulla guancia, porgi anche l’altra ( Mt.6,29); oppure: “quando fai una cena non invitare gli amici, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini… invita poveri, storpi, zoppi e ciechi” (Mt.14,12-13); oppure dopo una giornata di lavoro, il discepolo a sera dice: “siamo servi inutili!” ( Lc.17.10) e ancora a Pietro che gli chiede: “devo perdonare sette volte”, Gesù risponde: non sette volte, ma settanta volte sette” (Mt. 18,21-22).
Il discepolo è chiamato a vivere “paradossalmente”, a vivere secondo criteri che sono in netta antitesi con il senso comune. Al discepolo non è chiesto solo coraggio e decisione, ma prima ancora un capovolgimento di valutazione. E’ chiaro che questa paradossalità del discepolo rinvia alla paradossalità del Regno di Dio.
Secondo le parole di Gesù, anche Dio sembra, ed è per molti paradosso scandaloso: viola i più elementari criteri di giustizia: paga gli operai dell’ultima ora come quelli della prima ora, che fanno fatica un giorno intero (Mt.20,1-16); prova una gioia maggiore per un solo peccatore che si converte che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione ( Lc. 15,7); perdona il pubblicano peccatore e rilascia a mani vuote il giusto fariseo ( Lc. 18,9-14)
Per comprendere questo modo di comportarsi di Dio è necessario uscire dagli schemi abituali come quelli della giustizia del tanto/quanto, e come il modo mondano , ma anche troppo spesso religioso, di concepire la grandezza di Dio.
Alla radice di tutte queste affermazioni di Gesù c’è un’immagine di Dio che Gesù vuole narrarci. Un Dio che ama, che si dona, che lava i piedi ai suoi discepoli.
In Gesù è apparso un Dio che sorprende.
Il paradosso è fuori dagli stereotipi e proprio per questo rivela una innegabile coincidenza con la profonda umanità dell’uomo.
I paradossi evangelici sono per tutti e sono per la vita di ogni giorno, non per persone eccezionali o per scelte eccezionali.
La paradossalità evangelica è per tutti quelli che vogliano aprire il cuore e la mente a un modo diverso di ragionare, e di vedere la vita. Proprio per la sua paradossalità il parlare di Gesù è sapienza, umanesimo, indicativo di un modo virtuoso e vantaggioso di vivere e, ancor prima, un modo intelligente, persuasivo, di guardare Dio, il mondo e se stessi.

Elogio della Parola
            La fede nasce dall’ascolto, dice S. Paolo (Rom. 10,17).
Paolo non dice dalla carità o dalla santità o da altro. Certo queste cose contano, ma il posto centrale spetta alla Parola di Dio. In ogni caso la vita, la santità, la carità hanno bisogno della Parola che spieghi e rinvii a Gesù, che parli di Lui.
È necessario rivedere alcuni nostri modi di pensare la testimonianza.
Offrire una testimonianza non significa parlare di noi, nè anzitutto della comunità, ma di Gesù Cristo.
È necessario ricuperare fiducia nella forza della Parola.
Non è vero che gli uomini sono stanchi di parole: sono stanchi di parole vuote, ma non di parole vere, non della Parola di Dio.
Il Figlio di Dio, Gesù, è venuto fra noi, ha condiviso la nostra esistenza, ha amato e servito, ha donato se stesso.
Giovanni nel suo Vangelo volendo riassumere in un solo termine il significato di Gesù, ha scelto “Parola”: in principio era la Parola” ( Gv.1,1) e “la Parola si è fatta carne” (Gv.1,14) e “narrazione” del Padre ( Gv. 1,18)

Perché la Parola occupa un posto centrale nella vita cristiana?
Quattro sono le ragioni che dicono la centralità della Parola.
1. La Parola di Dio ha una efficacia unica
            La Parola di Dio ha una efficacia tutta particolare, unica che nessun altra parola può vantare. Il profeta Isaia la paragona alla neve a alla pioggia:
            Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia Parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” ( Isaia 55,10-11).
            È una efficacia che l’uomo non può programmare: “i miei pensieri non sono i vostri pensieri e le vostre vie non sono le mie vie”  ( Isaia 55,8)
L’efficacia della Parola di Dio è libera, è tutta nelle mani di Dio, non nelle nostre previsioni.
È un’efficacia da accogliere, da riconoscere, non da progettare e pretendere.
I tempi e le modalità sono di Dio.
La stessa idea è detta dalle parabole del seme ( Mt. 13)
La Parola di Dio è come un seme. Il seme ha i suoi tempi. La sua efficacia è sicura, prodigiosa, ma nascosta.  Germina sotto terra, quando il contadino è inattivo. Le nostre parole non sono mai semi, ma alberi fatti.
L’uomo vuole progettare, per questo definisce prima i tempi e i modi.
L’uomo desidera che si realizzi ciò che lui pretende.
La Parola di Dio è molto diversa: è libera, misurata sulla grandezza della fantasia di Dio, non sui progetti previsti da noi.
La Parola di Dio libera l’uomo che l’accoglie, non lo imprigiona in uno schema già definito. La Parola di Dio libera il seminatore, che la semina, dal fare calcoli, progetti e previsioni.
Il seminatore deve solo assicurarsi che il seme sia buono, che la Parola da annunciare sia di Dio e non sua. Il seminatore non deve fare altro.
2. La Parola di Dio ha una capacità di discernimento particolare.
            È una capacità che altre parole non hanno. È Parola lucida e sincera.
            “ La Parola di Dio è viva ed energica e più tagliente di ogni spada a doppio taglio: essa penetra sin nell’intimo dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore” ( Eb. 4,12)
Le parole degli uomini vedono ciò che vogliono e non sempre hanno il coraggio della verità. La Parola di Dio mai. Non si possono discernere i segni di Dio, né nella propria vita, né nella storia, senza la luce della sua Parola
3. La Parola di Dio conosce il cuore dell’uomo.
            La Parola di Dio conosce le profonde aspirazioni dell’uomo, le sue esperienze: è come uno specchio in  cui guardarci e riconoscerci.
Anche Gesù si è specchiato nella Parola delle scrittura.
Nella sinagoga di Nazaret ha letto la sua missione alla luce del profesta Isaia 4,8ss: “Lo Spirito del Signore è su di me; mi ha consacrato con l’unzione, mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare la libertà ai prigionieri e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore. …e dice: oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato.  Sulla Croce, nel momento unico della sua vita, Gesù non ricorre a parole nuove per esprimersi, ma a parole già dette, ascoltate, lette nella Scrittura, soprattutto nei Salmi. Giunti al luogo detto Golgota, che significa luogo del cranio, gli diedero vino mescolato a fiele …” (Mt. 27,34 Cfr. Salmo 69,22); “Dopo averlo crocifisso , si divisero le sue vesti, tirandole a sorte ( Mt. 27,35 cfr. Salmo 22,19; Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato (Mt. 27,46 Cfr. Salmo 22)
4. La Parola di Dio è l’unica in grado di parlarci di Dio
            La Parola di Dio è la specchio di Dio, non solo dell’uomo.
Per questo è una Parola sempre “nuova” non stanca mai, perché il suo orizzonte non è mai esaurito.
È una Parola che affascina, capace di aiutarci a intravvedere non solo la volontà di Dio, ma anche la bellezza di Dio (pensiamo alle parabole). E questo è ciò che conta. Se vogliamo rifare il tessuto spesso lacerato delle nostre comunità, lacerate perché indebolite e confuse … dobbiamo iniziare dalla Parola di Dio.

E’ Parola di Dio
            “Parola di Dio” è espressione pregante, impegnativa; ha tre significati.
1) È di Dio, anzitutto, perché parla di Lui e non di altri.
Questo esige molto da parte di chi l’annuncia e anche da parte di chi l’ascolta. Parla di Dio, viene incontro al nostro desiderio di ricerca di Dio. Questo deve essere tenuto presente da parte di chi la proclama e di chi l’ascolta.
2) E’ una Parola che appartiene esclusivamente a Dio.
È Parola di Dio, sua, non nostra: non la si conquista con la nostra intelligenza, ma si può solo chiederla ed accoglierla come dono.
È Parola da ascoltare prima che da dire. Il Vangelo di Giovanni ricorda che Gesù non ha detto parole sue, ma parole ascoltate; “ Io non ho parlato da me stesso, ma il Padre che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire”  (Gv.12,48)
Poiché è una Parola che appartiene a Dio non è lecito farle dire ciò che ci piace, né utilizzarla per scopi nostri, ma va colta e rispettata in tutta la sua verità. È una Parola da proclamare così come l’abbiamo ricevuta, cioè gratuitamente, come dono di Dio, nella più totale libertà e disinteresse.
S. Paolo scrive ai cristiani di Tessalonica (2,3-6): “La nostra predicazione non è stata mossa da volontà di inganno, né da oscuri motivi, né da frode alcuna. Mai abbiamo pronunciato parole di adulazione, né  avuto pensieri interessati. Ma come Dio ci ha trovati degni di affidarci il Vangelo, così lo predichiamo, non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio. E neppure abbiamo cercato la gloria umana né da voi, né da altri.”
Questa totale trasparenza e totale povertà nei confronti della Parola che appartiene esclusivamente a Dio, non mortifica, ma esalta e trasforma chi l’accoglie, al punto che quando è di nuovo annunciata, conserva l’impronta di chi l’ha accolta.  Per questo Paolo può dire “il mio Vangelo”. La Parola, pur appartenendo allo stesso Dio, è diversa in Luca, in Marco, in Matteo e in Giovanni
3) Dio è il protagonista che continuamente ridice la Parola.
Dio non è soltanto l’oggetto di cui questa parola parla, né il Signore a cui questa Parola appartiene, ma è il protagonista che continuamente la ridice. Dio è presente nella sua Parola ed è Lui che la rende intelligibile e convincente.
            Per S. Paolo questo è un punto fermo, una convinzione che lo sostiene nella sua predicazione. “ Non cessiamo di ringraziare Dio perché ricevendo dalla nostra voce la Parola di Dio, l’avete accolta non come parola di uomini, ma come è realmente, Parola di Dio, la quale è potenza in voi che credete” (1Ts.2,13). Quando nella liturgia si legge la Parola di Dio, è Dio che ci parla.
La Parola di Dio resta sempre una Parola da dire a tutti; la condizione è chi la dice deve credere con fermezza che ad annunciarla è il Signore.
            Il cristiano, anche crescendo negli anni, rimane una persona che si è lasciata innamorare di Dio e di Gesù Cristo, e gusta le parole di Dio e di Gesù con gioia come se le ascoltasse per la prima volta.
È questo il mistero della conoscenza della Parola di Dio.
            È l’ascolto della Parola di Dio che, con la sua potenza, apre il nostro cuore alla fede; è la Parola di Dio che produce, in chi l’ascolta, la fede.
            La Scrittura dice la parola giusta al momento giusto, apre orizzonti di speranza, sostiene e conforta.  (C. M. Martini)